Opere premiate



Preside Giovanni Nativio



 
Nota introduttiva

Lungo la valle del Sangro sono numerosi i Comuni che possono vantare molte ragioni di orgoglio: una spiccata identità, una lunga serie di vicende storiche, l’onore di aver dato i natali ad illustri personalità, una forte volontà di rimediare ai danni di un movimento migratorio incessante.
Perano, in ottima posizione panoramica, è stato il luogo di nascita di un medico umanista, Raffaele Pellicciotta, che ha lasciato il vivo ricordo della sua forte personalità in uno splendido dizionario etimologico dialettale, in componimenti poetici ispirati alla sua terra natale e nell’attività di docente universitario e di ufficiale medico durante le turbinose vicende degli anni trenta e quaranta.
L’Associazione culturale “Presenza”, di cui è Presidente Giuseppe Angelucci, come segno di un perenne affetto nei riguardi della memoria del figlio migliore del piccolo centro sangrino, ne tiene sempre viva la memoria con una serie di iniziative sostenute anche dall’impegno degli enti pubblici e dall’Amministrazione Comunale, come l’istituzione della biblioteca “Raffaele Pellicciotta” e l’istituzione di un Premio letterario nazionale, che nella sua seconda edizione del 2002 ha registrato un incremento di partecipanti e una più elevata qualità delle opere presentate.
La commissione giudicatrice è stata così composta:
Presidente: Prof. Giovanni Nativio, Giurati: Prof. Mario Gaetano, Prof. Maria Cauli, Prof. Adele Cicchitti, Maestra  Maria Coletta, Prof. Maria Matilde Capuzzi, Studenti: Mariarita Pasquini, Jgor Baldacci
Alla cerimonia di premiazione si è notata una folta partecipazione di alunni, di insegnanti, uomini politici e personalità del mondo scientifico e professionale.
Larga anche la presenza della gente di Perano, affluita in ampia misura da luoghi di nuova residenza.
Il richiamo del “natio loco” è ancora molto sentita; è merito lodevole degli organizzatori aver dato una risposta ad un bisogno di alta spiritualità. E’ quindi facile prevedere che questa manifestazione culturale continuerà a svolgersi nel futuro con rinnovato vigore.
La pubblicazione delle opere vincitrici ha diverse finalità: da una parte offre al lettore alcuni testi indicativi del livello espressivo dei partecipanti, dall’altra costituisce una documentazione che potrà essere affidata alla biblioteca dell’Associazione.
Non bisogna dimenticare, infine, l’implicito incitamento che questa pubblicazione rivolge, specie ai giovani, a praticare l’arte della poesia e della narrazione in un’epoca in cui è necessario ribadire la funzione insostituibile della scrittura.

Giovanni Nativio



OPERE PREMIATE (anno 2006)
Sezione Racconto - Cat.  Adulti
1° Premio


L’ACQUA DI AZIZ


Aziz camminava per le strade polverose del campo profughi di Nablus, trascinandosi dietro una tanica di plastica sporca ed ammaccata. Nella calura si scorgevano i contorni sbiaditi delle montagne Giabal Aybàl e Giabal Garzim.
La tanica era piena solo a metà, ma quell'acqua doveva bastare per tutta la famiglia, se non c'erano sparatorie poteva tentare di prenderne ancora nel tardo pomeriggio.
In lontananza si vedevano i carrarmati che tenevano sotto tiro il campo, per loro era solo un covo di terroristi. Aziz aveva dieci anni ed era esperto lanciatore. Lui usava la fionda e, quando avvistava una divisa nemica, come d'istinto lanciava le sue pietre cercando di colpire il bersaglio, dopo aver trovato riparo dietro al quale nascondersi. Le pietre che portava in tasca battevano contro la vecchia tanica e davano un rumore sordo. Aziz passò il recipiente dall'altro lato, si asciugò il sudore col dorso della mano e, proprio nell'atto di poggiare la tanica per riposarsi accanto ad una palazzina sventrata, sentì una raffica di mitra passargli accanto. Lo spostamento d'aria lo fece cadere sulla tanica, la paura lo assalì. Si sentì afferrare da una mano, quasi sollevare, fu dietro al muro della palazzina senza rendersene conto, i proiettili lo sfiorarono. Vide la sua tanica piena di fori e l'acqua che usciva a piccoli zampilli.
Un proiettile si scontrò con uno zampillo e creò una girandola, di quelle che portano i bambini sulle bici. Ma Aziz non ci fece caso, lui non aveva mai visto una girandola né avuto una bici. L'unica cosa che lo attraeva era la sua tanica d'acqua, stava per andare a riprenderla ma la mano di chi gli stava vicino lo fermò. Si voltò, era un uomo sui trentacinque anni, con abiti occidentali, aveva una macchina fotografica e dal taschino della camicia spuntava un cellulare. Intorno al collo portava una Kefya come quella di Aziz, ma il bambino sapeva che non era Palestinese.
L'uomo si rivolse ad Aziz in inglese, chiedendogli dove doveva andare con quella tanica, ma Aziz non rispose. Certo l'inglese lo capiva e lo parlava, ma agli occidentali era meglio non rispondere, erano là solo per fare foto o domande e poi andavano via.
II bambino non si fidava come non si fidava dei carrarmati appostati lungo la strada, sapeva che anche quando non sparavano erano fonte di guai. Toccò le sue pietre, bianche, dure, proiettili naturali, che davano ad Aziz sicurezza e quando colpivano il bersaglio, anche un po' di fierezza. La tanica era sempre là, per fortuna l'acqua non usciva più, aveva oltrepassato i fori e ora era salva, era salva come Aziz. Certo una parte si era persa ma ce n'era ancora e questo pensiero rasserenava il bambino. Forse poteva farcela, se allungava la mano e tirava la tanica avrebbe riavuto la sua acqua.
Ma c'era l'uomo che non glielo permetteva, dopo qualche tentativo per andare a prendere la tanica, gli aveva messo un braccio a barriera e lo aveva fatto sedere accanto a lui, appiattendolo contro il muro.
II vento faceva mulinelli con la sabbia mischiata alla polvere e il sole filtrava attraverso i granelli polverizzati dal vento. Se il vento si alzava ancora di più, Aziz sarebbe potuto andare. Quando arrivava forte e piegava le palme i soldati evitavano di sparare, non volevano sprecare proiettili deviati dall'aria. Ma dopo poco tempo il vento fuggì tra le montagne, seguito dai suoi mulinelli. I colpi rimbalzavano sul muro e il viso dell'uomo venne sfiorato dal tufo frantumato. Pietro si spostò di qualche metro verso l'interno trascinandosi dietro Aziz. Poi ci fu qualche minuto di calma: "What's your name?" Aziz non rispose. "My name's Pietro, I' m Italian". Aziz lo guardava ma non rispondeva. Erano all'interno della casa diroccata, proprio sotto il muretto di una finestra e Aziz ogni tanto si sporgeva per controllare la sua tanica d'acqua. I proiettili fischiavano, ma il recipiente era sempre là e nessun altro proiettile lo colpiva. Poi come camminando su un cocchio alato, dalle montagne di Gibal Aybal, scese volteggiando piano, il vento, arrotondandosi in mulinelli sempre più grandi fino a diventare gigantesche folate che facevano stridere le lamiere delle baracche.
La gente rientrava le poche cose per salvarle da quella forza. Gli ultimi proiettili cambiavano direzione, si perdevano nella furia dell'aria. Poi il silenzio, nessuno sparava più, solo la voce del vento ululava sulle cose come un lungo lamento interrotto da insistenti cigolii.
Pietro aveva alzato la mano per tirarsi su la Kefya e proteggersi dal vento. Aziz lo osservò per qualche istante, poi guardò fuori, il vento faceva dondolare la tanica semivuota, l'avrebbe fatta cadere e l'acqua si sarebbe persa tutta. Inaspettatamente Aziz si alzò e corse via, senza che Pietro potesse fermarlo. Subito si sentirono i proiettili riprendere con foga, Pietro corse dietro al bambino, ma non poté raggiungerlo, quando fu al limitare del muro vide Aziz per terra sulla sua tanica e i proiettili che gli fischiavano intorno, nella sua maglietta a righe c'era un foro dal quale sgorgava sangue. Istintivamente Pietro corse e in un istante fu sul bambino, lo trascinò dietro al muro. Aziz era di nuovo con lui; forse erano salvi. Pietro nel riprenderlo lo aveva stretto a sé e ora il sangue di Aziz gli colava lungo i pantaloni.
Gli occhi del bambino si erano chiusi, ma respirava ancora.
“What's your name?" "What's your name?" Gridò Pietro, scotendo quasi il suo corpo.
II bambino aprì piano gli occhi e disse: “Aziz".
II vento si era fermato e nel silenzio si sentiva solo qualche proiettile vagante, Pietro teneva stretto Aziz e guardava tra le lacrime la tanica sporca di sangue che neanche il vento era riuscito a far cadere.
L'acqua di Aziz era salva.



Rita Pelusi
Pescara


Sezione Racconto - Cat.  Adulti

2° Premio

                                               

COS’E’ LA PACE?

Una mattina d’estate, in un giorno che sembrava voler essere uguale ai precedenti, Luca si svegliò,
andò in cucina, diede un bacio sulla fronte a sua madre e fece un’abbondante colazione. Si lavò, si
vestì e scese in cortile a giocare con gli altri bambini del palazzo.
L’estate in periferia, passava così, fra due tiri a pallone e un giro in bici e nelle giornate più calde, tutti si divertivano a schizzarsi con la pompa per annaffiare le aiuole… quali aiuole poi, non l’ho mai capito, visto che le palazzine erano circondate da un mare di cemento e polvere, inframmezzato da qualche ciuffetto d’erba che, imperterrito, continuava a crescere qua e là sterile ed inutile.
Insomma, mentre il piccolo Luca giocava a campana sotto casa, si fece largo una domanda nella sua mente. Il bimbo cercò di non pensarci, si concentrò sul gioco, ma fu più forte di lui: il quesito lo punzecchiava, gli ballonzolava in testa, pulsava nel cervello e così, all’improvviso, senza dare alcuna spiegazione, corse su per le scale come un fulmine, rientrò in casa e chiese alla madre: “Mamma, cos’è la pace?” e lei, impegnata nelle faccende domestiche, gli rispose distrattamente: “Qualcosa di molto bello…”.
Passarono gli anni, Luca crebbe, continuò a studiare e si iscrisse in una famosa università, avvenimento che lo portò ad allontanarsi da casa. Divenne un ragazzo pragmatico, determinato e colto ma sentiva come un vuoto dentro, come la sensazione che gli mancasse qualcosa.
Non era bastata, nel tempo, la definizione di pace che aveva dato sua madre, sapeva che ne mancava una parte e non gli era mai piaciuto lasciare le cose in sospeso. Abbandonò gli studi e prese a viaggiare senza meta in ogni parte del mondo cercando una risposta.
Si fermava nelle località che più lo ispiravano e poneva, arrangiandosi nei vari idiomi regionali e nelle varie lingue straniere, sempre la solita martellante domanda. C’era chi era un po’ schivo o timido, o chi era troppo affrettato nel rispondere, ma le persone che rispondevano, davano più o meno una definizione positiva della parola “pace”. “La pace è un dolce sogno” gli dissero, “è un universo ovattato filtrato di luce” rispose un monaco tibetano, “è la vetta innevata di un monte” disse un corpulento signore tedesco, “la pace è un placido silenzio” si sentì dire da un anziano signore, o ancora “è un tramonto rosa che si spegne sul mare”, “è un gioco che non ha regole cui tutti possono giocare”.
Luca annotò con cura e precisione quasi maniacale ogni risposta su un’agenda e arrivato ad una certa età, dopo aver girato praticamente quasi tutto il mondo, fece ritorno a casa.
Quando finalmente scese dal taxi che, dall’aeroporto, lo conduceva in periferia, vide con stupore che nulla era rimasto in piedi, ogni palazzo, ogni casa, negozio o monumento era stato raso al suolo, persino gli ostinati ciuffetti verdi erano scomparsi o di loro restava una macchia d’ombra sbiadita.
Regnava la desolazione più totale. Tra le lacrime e lo sgomento, Luca, un passo dopo l’altro, con l’andatura di chi ormai è stanco di camminare, si trascinò fino al cimitero cittadino dove era sepolta la madre. Strappò un lembo di carta da una pagina vuota dell’agenda, ne fece un piccolo fiore e lo pose amorevolmente sulla lapide della donna. Caddero alcune gocce di pioggia sulla sua fronte rugosa, Luca si inginocchiò e disse tra i singhiozzi “Sai mamma, ho girato il mondo intero alla ricerca di una risposta esauriente e finalmente ho capito: la pace è vita, se c’è pace c’è tutto, ma non riesco ancora a comprendere il motivo per cui gli uomini la cercano con finto interesse, con ipocrisia, senza accorgersi che è dietro l’angolo e ci aspetta”.
Detto questo, si lasciò morire, chiudendo per sempre gli occhi, occhi stanchi di uomo che ha trovato la risposta alla sua domanda, ma l’ha trovata troppo tardi.
Tatiana Mastrangelo
Silvi Marina (Teramo)

 

 

Sezione Racconto - Cat.  Adulti

3° Premio

LA LUCE OLTRE L’ORIZZONTE


“ Questa è una storia semplice, eppure non è facile raccontarla, come in una favola c’è dolore e come una favola è piena di meraviglie e di felicità “

Vago tra le macerie cercando un pezzo di pane stantio, mia madre ed io respiriamo a fatica il fumo della polvere da sparo. Un’esplosione rimbomba, corriamo, corriamo, forse incontro alla nostra granata. Molte persone sono ferite, madri, padri, fratelli, sorelle. Tocco una mano ferita, tocco la morte, la guerra”.
Sono rimasti molti orfani, ed è tra le macerie di una delle case dilaniate dalle bombe che sedeva un ragazzo, piangeva perché aveva perso il padre e la madre. Rimase lì per molto tempo, piangeva ma ad un certo punto si fermò, perché aveva pianto tutte le lacrime che aveva.
Si alzò il bavero, mise le mani in tasca e se ne andò. Se incontrava un sasso lo prendeva a calci, se incontrava un fiore lo calpestava.
Ogni giorno si recava nella foresta, per quel sentiero nascosto, ostacolato dagli arbusti, ma che lui doveva percorrere ugualmente, come se vi fosse lì infondo una forza ad attrarlo. Il viso volgeva verso il basso, gli occhi scivolavano sul terreno battuto, per poi sciogliersi in un pianto.
Così faceva ogni giorno trattenendo fino all’ultimo passo di quel sentiero, quella tristezza e quella paura di cui conosceva la provenienza, poi circondato da quegli abeti che conosceva ad uno ad uno, lasciava che il ruscello delle sue lacrime bagnasse il terreno, trovando un solco naturale in cui poter scorrere.
Ma gli alberi non parlavano, non avevano parole di conforto, loro che sapevano, rimasero muti.
E il fiume gorgogliava, avrebbe potuto buttare il suo cuore nel fiume, il fiume l’avrebbe trascinato a valle, percorrendo per lui la sua strada, ma il fiume non glielo chiese.
Gli si avvicinò un cagnolino, lo guardò ed iniziò a scodinzolare:<<Vattene>> gli disse il ragazzo:”Devi andartene, se resterai con me dovrò amarti e io non voglio amare più nessuno nella mia vita!” così, preso da un impeto d’ira, calpestò con rabbia un fiore…minato di morte!
Un tocco lieve, quasi impercettibile, come la mano di un fantasma. Un nugolo di ricordi dolorosi, come spine conficcate nella pelle, come piaghe sotto i piedi.
I bambini che ridevano e lo spingevano, e lui con le mani protese in avanti per ripararsi da quelle grida:”Perché fanno così? Qual è il motivo della loro malvagità?” interrogativi che si ripetono insistentemente nella sua testa…lui non conosceva più la luce. Era diventato cieco in un mondo strano ma colorato. Era difficile da spiegare, lui il suo mondo lo vedeva, era quello esterno che gli era vietato. Ma la gente non capiva e continuava a trattarlo come un diverso.
La sua vista erano le mani, così sensibili, ma soprattutto la sua mente, gli bastava sentire una voce per darle una forma, un profumo per “vedere” un sentimento, una mano per capire l’amore…cosa vi era di così diverso dagli altri?
I ricordi affioravano dallo stretto velo della mente, era stato a contatto con uomini e donne disperati, aveva “visto” l’odore della guerra, provato le carestie, ma una cosa aveva intuito: con loro non era cieco, non si sentiva diverso. Era la gente semplice che capiva ciò che stava provando. Erano come lui, considerati diversi dall’umanità perché alcuni avevano un colore diverso di pelle o per rivendicare assurdi diritti di superiorità razziali.
“Se tutti fossimo ciechi?” pensava, il razzismo non esisterebbe in quanto la pelle non vedendola diventa uguale per tutti, l’uomo sarebbe più felice.
Una mano si posò sulla sua spalla e un profumo pervase l’aria, un profumo di donna. Il destino aveva fatto scoccare la scintilla, lui subito le diede un volto e “vide” davanti a lui non una persona qualunque ma colei che l’avrebbe sorretto per tutta la vita.
Il dolore è nero ma la felicità è azzurra.
Era entusiasta, nessuno mai nella sua vita gli aveva spiegato così semplicemente ciò che in teoria non poteva vedere, sì in teoria, perché ora lui era proprio come tutti gli altri e questo lo riempiva di gioia.
Era tornato così a vedere ciò che la natura gli aveva negato e non per merito delle medicine, ma grazie all’amore e alle cure di un altro essere umano.
Aveva finalmente trovato la sua pace interiore, quella concordanza totale con il mondo!  




                                                                                                                           Marta Maggitti
                                                                                                               Roseto degli Abruzzi (Teramo)

Sezione Poesia - Cat.  Giovani 
Primo Premio

Dedicato a M. Mekjavic, figlia di I. Mekjavic (croato) a D. Kovacevic (serba). M. adesso vive negli Stati Uniti, io l'ho conosciuta attraverso Internet. Questa è la sua storia.

SE QUESTA E' PACE…

La mia casa: distrutta.
La mia scuola: distrutta.
La mia città: distrutta.
La mia famiglia: distrutta.
La mia vita: distrutta.

Ombre di morte vagano nell'aria tossica
ed un silenzio attonito avviluppa ciò che resta.

Ciò che resta.

Cumuli di pietre nere, residui informi di un tutto inesistente.
Piccoli muti, pallidi, dispersi,
uomini vuoti,
donne consumate,
vecchi randagi in cerca di qualcosa.

Avevo quindici anni, quando iniziò
…e adesso cento.

Parenti, amici, cani, ho seppellito.
Con queste stesse mani
io ne scavai la fossa.

Insieme a te, papà, gettai la terra su quel tuo figlio monco,
mio fratello.
Piangevo. Piangevi.
E mi dicevi : “Il figlio deve seppellire il padre
non l'inverso!
Così era, così sarà ... ma non è adesso”.

Non adesso, papà, non più adesso.

Era come noi, la stessa pelle.
Parlava come noi, la stessa lingua.    
Eppure, lui sparò.

La nonna cadde col bicchiere in mano:
voleva dargli un po' di quel buon vino.
E tu gridasti, mamma: "scappa via!"
con lui addosso che ti faceva male.

Ma oggi,
ci hanno detto che si ricomincia,
niente più morte, niente più sangue, nulla.

Si ricomincia.

Da quando? Se il tempo si è fermato!
Da dove? Se la terra è perduta!
Con chi? Se sono tutti morti!

Ma questa, ci hanno detto, è PACE ...

Laura Marroni
Montepagano (Teramo)

Sezione Poesia - Cat.  Giovani 

2° Premio  

I PILASTRI DELLA PACE

Stanotte ho fatto un sogno, una vera magia,
l'intero mondo era colorato di gioia in ogni via.
Da una vetrata limpida come l'acqua di un ruscello
vedevo un quadro degno di Raffaello.
Miracolo! Il quadro era animato
vi si muovevano le cose più belle del Creato.
Davanti ai miei occhi danzavano tutti i paesi del mondo
dandosi la mano in un grande girotondo.
Le persone di ogni razza e colore,
avevano un solo sentimento nel cuore
amore, solamente amore, sempre amore
e d'incanto era scomparso ogni dolore.
L'amor per la natura avea reso rigogliosi i prati
e i fiori di meraviglia eran colorati.
Tutto l'Universo era stato trasformato
perchè ognuno all'altro avea donato.
Ed ora voglio raccontare
una scena che non potrò mai dimenticare.
Nel cielo splendeva un sole dalla forma di un bel cuore
esso lanciava raggi messaggeri luccicanti di colore.
Dipingeva il mondo di solidarietà
comprensione e cordialità.
D'improvviso sentii una voce cavernosa:
«Attento! Non bastan solo le parole,
devi soprattutto agire, fare col cuore.
La pace così, non sarà una fragile vetrata,
ma su forti pilastri sarà fabbricata».
Io avevo paura che la vetrata si potesse frantumare
e che tutto al brutto potesse ritornare.
Ma questo mai accadrà
se ognuno di noi di solidarietà vivrà.

IV Elementare
Piane d'Archi (Chieti)



Sezione Poesia - Cat.  Giovani 
3° Premio

TENEREZZE

II primo bacio
di mia madre
alla nascita
mi ha augurato
un futuro di speranza.

Le strette di mano
di mio nonno
nelle dolci passeggiate
mi hanno comunicato
affetto e comprensione.

La mano del compagno
sulla mia spalla
nei momenti di difficoltà
mi ha trasmesso
il valore dell'amicizia.

Le carezze dei parenti
sulle mie guance
ad ogni incontro
mi hanno regalato
momenti di gioia e di serenità.

Queste tenerezze
mi hanno insegnato
a vivere
in pace e in armonia.
Le stesse tenerezze
io desidero diffondere
nel mondo che verrà.
           
E' così
che vincerò
l'odio e la violenza.
E' così
che costruirò una pace
solida, duratura e infrangibile.




Quinta elementare
Piane d’Archi (Chieti)





Sezione Poesia - Cat.  Adulti

1° Premio



Troppo tempo,troppo fiato sprecato,
per dir solo parole,
belle chiacchiere da intrattenimento:
pace, sulla bocca di molti,
nel cuore di pochi
troppo pochi e rari per riunire i pezzi
di questa fragile vetrata,
che giorno dopo giorno
viene pian piano frantumata
sotto un falso velo di speranza
sotto false parole, inutili strette di mano.
Lasciamo al passato i discorsi e i congressi
e cerchiamola questa pace
indispensabile come un vetro della finestra.
L' inverno ogni scheggia è vitale
per non far entrare gelida aria di morte.





Alice Piludu
Scerne di Pineto(Teramo)




Sezione Poesia - Cat.  Adulti

2° Premio



Alberi spogli


Alberi spogli
nudi ricordi di giornate fredde
di fuoco e di granate
di parole di speranza appese a ragnatele
sguardi taglienti dietro mitra impassibili
cuori infranti di bambini lacerati
da un dolore cupo
un dubbio
una verità nascosta
emozioni incontrollabili
frasi inafferrabili
la consapevolezza della fine
un solo gesto banale
può salvare la pace
ma è un salvagente di carta
che si dissolve nell’oceano dell’impotenza.

Istantanea di un addio


donna che hai visto sul campo                           
che camminava lentamente 
avrebbe voluto cancellare la sua esistenza                   
quella donna dai capelli arruffati
dallo sguardo fiero, abbassato              
dal corpo fragile e indifeso                                          
quella donna era mia madre.  
Quell’uomo accanto a lei 
dallo sguardo vuoto                                        
con parole quasi insignificanti    
preannunciava                                      
la sua partenza
no, lei non poteva seguirlo
era un viaggio
lungo ed estenuante
e poi
non era il suo tempo.
Accarezzava il suo viso
immobile
quasi rassegnato
a questo destino infame.
Dagli occhi verdi di mia madre
caddero lacrime di sangue.
Già un figlio era partito
e non era più tornato.
Non bastava aver dato
anche l’anima a questo fato?
Quell’uomo che giaceva muto accanto a lei
dal viso radioso
bello come uno sposo
quell’uomo era mio padre.

Ascoltaci, Signore!


Abbiamo provato il numero del paradiso
ed anche quello del cellulare:
sempre occupato!
Non possiamo aspettare
perché la rabbia ci scoppia dentro!
Quindi, Signore, apri bene le orecchie
perché siamo stanchi di gridare!
Noi, poveri,
Noi, affamati,
Noi, senza tetto,
Noi, abbandonati a noi stessi,
Noi, bambini di nessuno,
Noi, violentati,
Noi, emarginati,
Noi, malati,
Noi, dimenticati,
Noi, figli della guerra,
Noi, siamo qui,
al limite della sopportazione
ma ancora armati di speranza,
in un cantuccio della terra,
aspettando quel dono meraviglioso
che riaccenderebbe il sorriso
sulle nostre labbra:
la pace!




Agnese Paciocco
Vacri (Chieti)




Sezione Poesia - Cat.  Adulti

3° Premio


LA FONTANA DELLA VITA

Sorrisi spenti e rapiti dai venti,

fiabe incantate disperse e bruciate,
nella notte dei tempi,
passi teneri e nudi che cercano abbracci,
che inseguono luci nel vuoto,
che rincorrono il pianto d’una farfalla
accarezzata da una stella,
piccole mani che colgono l’ultimo fiore
fra schegge infinite…
La terra trema come non mai…
Le case sotto gli occhi impietriti del mondo
come castelli di sabbia crollano
e le rondini, con le ali stremate,
al sorger del nuovo giorno,
a stento riprendono il volo.
Ma il miracolo d’una pioggia celeste
veste d’azzurro una colomba di mare
che aggrappata ad una vela d’Oceano
si posa leggera su un raggio di sole
per portare un messaggio d’amore,
per tenere uniti e avvinti Paesi e Nazioni,
per illuminare ombre di brividi su asfalti
e cespugli,
per ergere nel cuore del deserto
una fontana ove attingere acqua di Vita.

Viola Di Muzio
Pescara



Sezione  Fiabe
1° Premio

IL PALLONCINO MAGICO


C'era una volta una città chiamata Speranza, dove un bambino di nome Danilo viveva con suo nonno Alfredo. I suoi genitori si erano persi durante una delle tante e continue fughe per cercare un nascondiglio al sicuro dai bombardamenti che imperversavano in città a causa della guerra. Non avevano più una dimora perché la loro casa era andata distrutta e suo nonno aveva così deciso di riportarlo nella casa in campagna dov'erano vissuti quando Danilo era appena nato; certo, l'avrebbero trovata ridotta un po' male, dopo quasi nove anni d'abbandono, ma almeno lì sarebbero stati al sicuro. "Una volta arrivati al nostro vecchio casolare non dovremo più scappare da un nascondiglio all'altro: sarà il nostro rifugio fino alla fine della guerra!" disse il vecchio, aggiungendo "... ed io sono sicuro che anche i tuoi genitori stanno tornando lì. Il tuo papà è un uomo in gamba... eh, lo conosco bene mio figlio, ci precederà addirittura, ma solo perché io sono più vecchio e non riesco a correre!" concluse sorridendo. Si chinò poi verso il nipote, lo abbracciò forte a gli sussurrò all'orecchio: "Non temere Danilo, andrà tutto bene. Tra qualche giorno riabbraccerai la tua mamma, ne sono certo". Arrivata la sera, si fermarono per riposare un po' e Danilo si mise a pensare ai bambini come lui che, per colpa di chissà quale cretino cui piaceva la guerra, dovevano scappare e lasciare le proprie case, gli amici e persino separarsi dalle persone più care, come era successo a lui. Il nonno allora, vedendolo così triste, gli si avvicinò, estrasse dalla tasca un palloncino giallo e glielo diede. "Prendilo" disse. "ti aiuterà a sentirti meglio". Poi con un tono di voce basso e serio, come a confidare un segreto, bisbigliò: "Questo è un palloncino magico! Contiene un desiderio che solo un bambino dai buoni propositi e senza rancori può realizzare..." Danilo prese a soffiare nel palloncino, ma questi, gonfiandosi appena, non gli diede nessuna soddisfazione. “Nonno ti sei sbagliato".
“Ti dico che è vero", ripeté sicuro il nonno, "Devi solo chiedere la cosa giusta..." Ah, si? lo ho chiesto la fine di questa maledetta guerra, di far sparire tutti i soldati e la distruzione delle armi esistenti nel mondo! Più giusto di così…"
“Non è sufficiente odiare la guerra..."
“Ho capito, mi hai detto una balla!" concluse tra sé a sé Danilo, per non deludere il nonno che sembrava davvero convinto. Però suo nonno era una persona seria a non poteva essersi preso gioco di lui, pensava il bambino osservando quel semplicissimo palloncino giallo. "Mah!" sospirò "magari fosse vero! Una soffiata e sarei tra le braccia della mia mamma, a farmi coccolare...
Fin troppo facile!" Riprovò a soffiare altre tre, quattro, cinque volte. In fondo ci sperava che  quel palloncino fosse magico davvero! Si addormentò stringendolo ancora tra le sue mani. La mattina seguente il nonno lo svegliò di buon'ora, gli diede un bacio sulla fronte, come avrebbe fatto la sua mamma. "Svegliati nipotino mio, dobbiamo riprendere il nostro cammino". Danilo mise il palloncino nella tasca della sua giacchina e, preso per mano dal nonno, s'incamminò con lui verso la casa in campagna, ansioso di rivedere presto i suoi genitori.
Passarono due giorni ed avevano camminato quasi ininterrottamente, concedendosi solo brevi pause per recuperare un po' le forze. Non si fermavano neanche per mangiare: ormai il cibo scarseggiava e quel po' dì pane duro che era rimasto, il vecchio lo dava al nipote, che lo "rosicchiava" mentre il nonno lo portava in braccio. "Ancora qualche ora di cammino e finalmente ci siamo!" esclamò il nonno. Ma le sue gambe cominciarono a cedere. Era stremato dalla fatica: a digiuno da due giorni, aveva camminato riposando pochissimo, pur di portare in salvo il suo nipotino e, proprio quando erano quasi arrivati al casolare, cadde, sfinito. "Danilo, nipotino mio.." disse scotendo la testa "non ce la faccio più.."
"No! Come farò senza di te a raggiungere mamma a papà nella casa in campagna? Io non la so la strada…ho solo nove anni…”concluse Danilo trattenendo a stento il pianto.
Cominciò a piovere ed il bambino supplicò suo nonno di proseguire con lui. Ma il pover'uomo non aveva più un briciolo di forza sufficiente per rialzarsi.
"Manca poco ormai" gli disse il vecchio, cercando di incoraggiarlo "non arrenderti ora!" Danilo lo strinse forte a sé.           
Un boato interruppe quell'abbraccio. Erano ripresi i bombardamenti. "Scappa Danilo!” lo esortò il nonno, "corri a nasconderti!"
Le lacrime rigavano il viso del bimbo; mentre correva disperato senza una direzione. Non riusciva a vedere niente: gli occhi appannati gli offuscavano la via ed inciampò cadendo a terra. Urlò per il dolore. Con le ginocchia sbucciate a sporco di fango, andò a nascondersi dietro un muretto.
Danilo era tutto bagnato. Tremava dalla paura a dal freddo e si tappava le orecchie con le mani gelate. Piangeva ancora. Pensava al nonno lasciato sulla strada, stremato dalla fatica. Sperava che le bombe non 1'avessero colpito. Provò a chiamarlo tra mille singhiozzi, ma il fragore delle bombe era assordante e non riusciva ad udire nemmeno la sua stessa voce. Gli aerei gli volavano bassi sulla testa.
Si rannicchiò nella giacca e dalla tasca di questa fuoriuscì il palloncino giallo.Danilo lo raccolse, lo portò deciso alle sue labbra e, nella disperazione più totale, soffiò. Soffiò fortissimo, con tutto il suo fiato; sperando che quell'orrore finisse.
Ed in quell'istante avvenne "la magia": era riuscito a desiderare la pace, senza provare odio verso coloro che avevano causato la guerra!
Il palloncino si gonfiò, diventò enorme a salì alto, raggiungendo il cielo grigio. Cominciò ad illuminarsi e, dopo aver riempito tutt'intorno, scoppiò: un arcobaleno di luce invase la città ed il cielo tornò azzurro.
Danilo sgranò gli occhi. In piedi, a bocca aperta, osservava allibito il sole, spuntato all'improvviso.Gli aerei non c'erano più. Tutt'intorno silenzio, interrotto solo dal canto degli uccelli.
Poi la gente cominciò ad uscire dai nascondigli ed in breve tempo le strade si riempirono di abbracci e di sorrisi”.
"Danilo!"
Si voltò e vide suo nonno che, anche se a fatica, lo raggiungeva felice.
Il bimbo gli si fece incontro gridando: "Nonno era vero! Il palloncino ...È stata una magia!" Nonno Alfredo annuì e lo strinse forte sul suo petto.      
Arrivarono nella casa in campagna e, come gli aveva anticipato il nonno, i suoi genitori erano lì ad aspettarli.     
Danilo poté così riabbracciarli e a raccontare loro di come erano arrivati fin lì, dei sacrifici, del coraggio del nonno e... del palloncino magico.
E' proprio il caso di dirlo era finalmente "scoppiata" la pace!
E vissero tutti felici e contenti.         



Opere Premiate anno 2007

1º PREMIO RACCONTO ADULTI

DUELLO D’AMORE

Tre rintocchi di campana segnano il trascorrere del tempo.
Sono ormai le tre del pomeriggio. Sono sfinita.
Oggi quattro lunghe, estenuanti ore,  quelle che ho trascorso nell’inutile tentativo di farti ragionare. Di comprendere, insieme a te, la causa  che ci ha restituito a questa lontananza insopportabile. Abbiamo sempre affrontato la vita insieme, pur essendo divisi, sbandierando ai quattro venti quanto ciascuno di noi fosse indipendente dall’altro e quanto uniti, nel carattere, comunque fossimo riusciti a costruire un rapporto solido, vero, indissolubile seppur silente e controllato.
Indifferenti a qualsiasi critica altrui abbiamo sorpreso persino noi stessi. Uno sguardo è sempre stato  sufficiente  per avere la chiara e netta sensazione di esserci, l’uno per l’altra.
Ora ti prego, non guardarmi con quel sorriso scevro da emozioni, stampato quasi per dovere sul viso che riconosco familiare, eterno, mio. Ho riflettuto, sai, nei giorni scorsi mentre tu eri chissà dove.
Ti ho cercato dovunque vi fosse un alito di vento ed anche stavolta mi sei sfuggito. L’unica volta che avevo davvero trovato il coraggio di dirti le cose come stanno.
Ma non sono una che si perde d’animo. Lo sappiamo entrambi.
Ora mi sembra più difficile e facile nel contempo. Forse perché ti ho di fronte e soprattutto vicino. Forse perché sai leggere il mio cuore meglio di chiunque altri.
Devo cercare di essere la vera me stessa, quella che hai combattuto per anni e che per anni, testarda,  non ha mai voluto sentire ragioni. La stessa che tu non hai mai voluto affrontare apertamente.
Ho le mie idee. Ma questo non deve rappresentare il motivo costruttore dell’immenso muro che c’è tra noi.
Ho vissuto a mie spese tristezze che nemmeno tu, coi tuoi lunghi ed insopportabili silenzi, hai saputo evitarmi. Anche quelli ho combattuto da sola. E continuo a farlo.
Nonostante abbia capito che il tuo carattere è così. Voglio tentare di salvare quanto ho potuto evitare di gettare alle spalle. Quel poco di noi che ancora è vivo.
Quel poco di cui non comprendevo la portata fino a che  te ne sei voluto andare via.
La scelta più sbagliata che potessi fare. Sapevi benissimo che avrei trascorso il resto della mia vita a rincorrerti.
Ora sei qui. Di fronte a me. Non puoi evitare di ascoltarmi. Me lo devi.
Ti ho amato troppo per potertelo confessare. Anche tu mi hai amato pur non riuscendo a rinunciare al tuo orgoglio ferito.  Sento un  tuo sussurro o sono le mie orecchie che compiono dei balzi acrobatici? Vorrei ascoltarlo da te: quanto sei pentito per tutte le lacrime che hai costretto tutti a versare. 
Quanto vorresti  tornare indietro per non dover sottostare a quegli stupidi ed inutili principi che non ti hanno mai posto scelte nella vita.
Vorrei schiaffeggiarti per farti rinvenire, per aprirti uno spiraglio alla vita. Tu non lo hai mai fatto. Nemmeno un tuo schiaffo ho avuto il privilegio di meritare da te.
Ti sei limitato a lanciarmi nella mischia delle esperienze che mi avrebbero saturata di indifferenza e rancore. E tutto questo senza alcuna spiegazione. Eppure ne avevo il diritto. Avrei preferito scegliere “insieme” laddove questa parola indica una comunicazione, un confronto il cui significato ti si  è sempre rivelato sconosciuto.
Adesso sorridi. Non ne capisco la ragione. Dovresti essere arrabbiato, inferocito dinanzi a tanta devastazione. Fai finta di nulla mentre mi stringi la mano con tenerezza. A me sembra una morsa. Una stretta mortale come fendenti terribili sono state le tue parole. Quelle che mi hanno allontanata, costretta e relegata a vivere un ruolo di secondo piano. Un’attrice non protagonista del film della mia vita. In fondo sono fiera di non aver ceduto ai ricatti con i quali volevi ottenere il mio amore  per il solo gusto di riscattare la tua vita sregolata ed insulsa.
Volevi che io fossi "il senso”. E’ stato un gioco perverso. Ammettiamolo. Ora, insieme. Mano nella mano. Cuore nel cuore. Guardami, ti prego. Non volgere il tuo sguardo altrove. Siamo grandi abbastanza per dirci qualunque cosa guardandoci in viso, negli occhi. Non sei tornato da me. Lo so. Ci siamo incontrati a metà strada. Mettiamola così. Sono disposta a cedere parte del mio orgoglio maledetto, ma in cambio tu devi  dirmelo, per una volta, nella vita, che hai bisogno di me, come io di te. So che sei distante, che devi esserlo. Forse per uno scherzo del destino o forse perché è l’unico modo per rendere più accessibile a me, così “troppo umana”, la tua presenza. E’ la tua quella figura che ho idealizzato sin dalla prima volta che ho capito quanto fossi importante per la mia vita. Indispensabile atto di comprensione come la decisione di fuggirti.
Con la solenne promessa a me stessa che un giorno sarei tornata a combatterti. 
Ad amarti e a costringerti ad amare me.
Ci sono riuscita, in parte. Il solo fatto che tu sia qui a così pochi centimetri da me, libero da un  ostacolo invisibile  che ci ha diviso per così tanto tempo, è un segno. Non credi?
Sogno ancora che tu riesca a dirmi quanto ho ragione ma non per il fatto di averla. Semplicemente per dimostrarmi che quanto ho sospettato e desiderato per tante lunghe stagioni è realtà. Noi non possiamo fare a meno di noi. Dove sei tu sarò io. Ho il coraggio di credere in  questa recondita, stupida ed infantile aspirazione.
Lo so che non nutri più diffidenza nei miei confronti. Non potrei farti del male. Ora non più di certo. Ma quanto ancora dovrò aspettare affinché si realizzi l’ultimo atto di questa messinscena della nostra esistenza?
Sembrava che tutto scorresse, così, banalmente, come le lancette di un vecchio orologio che va sempre in ritardo. Da sempre. E nessuno se ne cura. A nessuno interessa che quel meccanismo tarato male possa essere riparato.
A nessuno interessa che la nostra storia funzioni. Una storia trascinata nell’indifferenza e abbandonata nell’angolo più sperduto del cuore dove l’orgoglio l’ha resa impotente e priva di qualsiasi forza.
Non ti piace ciò che ti sto dicendo. E forse queste ti appaiono parole senza senso.
Mi guardi con l’aria sorpresa per  tanta logorrea, dopo la moltitudine degli anni di sciopero verbale. Non devi preoccuparti. Non sto soffrendo. Neanche tu, ne sono certa.
Ed anche se il mio stupido sfogo ti sta infastidendo  non farai nulla per evitarlo.
Sei cresciuto. E’ toccata anche a te in sorte questo stupida maturità.
Vedi come è difficile lasciarsi amare senza averlo deciso?
Questa è la condanna alla quale tu mi hai destinato ed io sono ancora qui a raccogliere i frammenti dei miei fallimenti. Tutti pezzi diversi che fino ad ora non sono riuscita ad incastrare.  Perché il pezzo centrale, quello da cui dipendono tutti gli altri sei tu.
Non rattristarti ora. Non è necessario e forse nemmeno è  sufficiente, a garantirmi una serenità futura.
Quella che da giorni e settimane sto tentando di trovare. Accanto a te. Ho solo  percorso le strade che mi si sono rese disponibili pur di non affrontarti. Ma tutte mi conducevano verso l’unica grande via: quella del cuore.
Dapprima non ho voluto seguirla. Avevo paura. E invece come vedi, alla fine, sono stata spinta, mio malgrado a parlarti in un giorno di tutta una vita.
E man mano che il coraggio si fa più saldo e tenace, il caos dei pensieri che si affollano aumenta, le gambe tremano e tu, te ne stai lì, impavido come un guerriero  che sente di essere invincibile, mi cerchi con lo sguardo e mi sfuggi con il cuore. Ora mi sento più  forte. 
Conosco troppo bene questo meccanismo che mi  ha travolto di sensi di colpa; l’idea di averti delusa mi ha attanagliato l’anima per tanti,  lunghi, interminabili lustri della mia vita. Come potevo mai immaginare che avevi deciso già da allora quale sarebbe stato il mio destino. Che avevi costruito per me un castello di sogni che ho sgretolato in pochi attimi rivendicando il mio diritto alla libertà. Libertà di scegliere.
Non credo di essere pentita per questo. Ho il rimorso, piuttosto, di essere caduta nella trappola del tuo disgusto. Quello che non hai mai mancato di palesarmi ogni volta ti sia stato possibile.
Ah, se avessi capito allora ciò che oggi mi appare così chiaro. Avrei combattuto la sentenza che mi condannava a vagare senza di te e senza il tuo autorevole sostegno.
Ti avrei urlato con tutto il fiato possibile che non ti avrei mai lasciato.
Avrei fatto esattamente il contrario di ciò che tu avevi scientificamente pianificato che io facessi, senza dichiararti guerra inutilmente. Ma avrei utilizzato l’amore: l’unica arma efficace ed inoffensiva.
Lo capisco solo adesso. Meglio tardi. In fondo tardi è solo un avverbio di tempo che non ha tempo. E’ relativo a tante, troppe variabili per essere utilizzato così impropriamente. Dopo di esso ci può essere solo l’inizio di qualcosa di nuovo o  di diverso.
E tu lo sei, diverso, ora. In tutte le tue espressioni di vita. Ed io con te.
Sei mio padre.
Sei malato. Questo è  quanto affermano quei signori coi camici bianchi che con sguardi sterili come i propri ferri chirurgici pronunciano la parola Alzheimer.
Per me non sei malato. Sei solo diverso. Anzi, sei quello che ho sempre desiderato.
Ora sei quel padre che ho tanto sognato. Forse sono stata malata anche io in questi anni. Di stupida indifferenza a quelle che erano le ragioni del tuo cuore rispetto alle ferite che ti avevo inferto, andando via, senza considerare che stavo chiudendo la porta di un passato fatto di te e di me.
Un passato che consideravo arido di affetto.
Un passato che in quel momento era per me solo l’obbligo al rispetto di regole scritte da te.
Senza avere la possibilità di discuterle.
Scalpitavo. Tanto era l’entusiasmo e la voglia di cercare altrove quell’amore che sentivo negarmi ogni giorno nel mio rapido  ed inesorabile ingresso nel mondo, quello fuori della nostra porta.
Tu avevi altri progetti per il mio futuro.
Capisci che era un compromesso al quale non avrei mai potuto cedere?
Ma non te l’ho detto. Non ne abbiamo discusso. Mai più da quel triste giorno.Da quando il disprezzo per me ha iniziato a mettere le radici nel tuo cuore, abbarbicandosi a tal punto da non riconoscermi più. Ho vissuto con dignità ed un pizzico di ironia questi anni di “guerra fredda”.
Il mio cuore immerso nei ghiacci polari del tuo categorico rifiuto non è riuscito a scaldarsi in alcun modo. Ho sbagliato tanto. Troppo. Ora so perché.
Perché senza te e il tuo amore qualsiasi esperienza della vita è stato solo esperimento e non insegnamento.
Ti ho inseguito senza volerlo amando in maniera sbagliata.
Senza imparare nulla. Solo vivendo da vittima, consapevole di essere impotente di fronte ad una lacuna affettiva così importante. Fondamentale.
Ed ora?
Sono qui per prendermi con la forza l’amore a cui ho diritto. Per legge. La legge che regola i legami del cuore. Di un padre e di una figlia. Non ammetto rifiuti.
Guardami bene: pensi che stia scherzando? Che abbia anche io il sistema nervoso che sta degenerando? Può darsi. Ma è l’unica ed ultima possibilità che ho: averti accanto.
Mano nella mano. E’ il nostro ultimo duello.
Guardarti negli occhi è un piacere che mi sono negata per troppi anni. Sorridi, vero?
Sei così tenero…..così “padre”.
E’ di certo questo uno di quei casi in cui  il male  non è venuto per nuocere.
Il tuo male è la mia salvezza.
Mi stai abbracciando cento, mille volte. Continuano a dirmi che sono gesti senza senso, espressioni meccaniche di un corpo che non è connesso col cervello. Sarà. Ma la tua anima mi parla. La sento forte e chiara.  Non ti lascio più. Promesso. Credo sia tardi. Non puoi comprendermi! Dopo tanti mesi che sono qui,  tutti i giorni,  il tuo sguardo non  vuole mutare espressione. Oggi, però, sento che è un giorno diverso dagli altri. Credo di sapere oramai perché non mi ascolti. Non puoi. Offuscato dai farmaci e compromesso dalla malattia. Eppure  percepisco che il fluire dei miei monologhi è carico di una energia che, insospettabilmente, raggiunge un posto immune agli attacchi della  malattia: La tua anima.
Ho sempre vissuto credendo di potere, un dì, avere libero accesso alla porta di essa e ora che le lacrime  rendono lucidi i tuoi meravigliosi e profondi occhi neri ne ho la piena certezza.
Ti amo pà


D’Onofrio Emma – Pescara (Pe)

2º PREMIO RACCONTO ADULTI

LA BAMBOLA DI PEZZA

E’ quasi sera, come ogni giorno  finito di mangiare esco in giardino,  un fazzoletto di terra bordato con dei fiori. Prevalgono le rose di ogni colore e sfumatura,  il loro profumo si mescola a quello di gelsomini, zagare, resina, salsedine e di chissà che altro…
Respiro, mando giù l’aria, la sento  scendere nel petto, dilatarlo, poi la ributto fuori lentamente… la stanchezza di tutto un giorno di lavoro scivola fuori insieme all’ultimo filino  che passa  tra le labbra.
E’ lunga la giornata, dalle sei del  mattino fino alle prime luci della sera.
Le ore fresche nell’orto. Bagnare, zappare, seminare ad  ogni stagione le sue cose,  poi  in bicicletta arrivo sul cantiere, mi unisco ad altri e… calce, sabbia, e mattoni facciamo crescere muri  per le nuove case.
Si stacca  appena la campana batte il primo di dodici rintocchi.
Un’ora per mangiare, scambiare due parole e si riprende alle tredici, quando la campana si fa risentire con un tocco solo.
E  poi ancora l’orto,  a volte un po’ di pesca, e finalmente a casa a riposare.
Maria, appare sulla soglia, le mani sulle reni, inarcata all’indietro, un movimento che mette in evidenza la sua grazia, a passi lenti  si avvicina e mi si  siede accanto.
Rumori in lontananza, voci di bimbi, latrati, le cicale in concerto… lo sciabordio del  mare  la luna che regala scaglie d’argento all’acqua… io e lei vicini silenziosi… non servono parole.
E’ armonia. È’ Poesia
Golia si trascina accanto a noi.  E’ uno scherzo di cane  trovato sulla spiaggia pesto di botte e con un occhio solo. Chissà da dove arriva, e quante mescolanze… gli parlo come ad un uomo e lui intende e a modo suo risponde... si struscia contro, cerca una carezza.
L’età avanza e i ricordi, quelli lontani, sfocati, riprendono i contorni,  tornano  nitidi… alcuni bruciano ancora come marchi stampati a fuoco nella carne.
Maria si alza, mi passa una mano sui capelli 
“ Gli occhi mi  si chiudono “  Si allontana con la stessa grazia. La seguo con lo sguardo, ha la stessa andatura di quando con il vestito rosso, il corpetto di tulle,  lo scialle con le frange, spighe di grano  nelle mani e fiori  d’arancio puntati  nei capelli, bianca come la luna, mi camminava accanto, lenta e regale, sino alla soglia della nostra casa. 

E’ un giorno di settembre, caldo di sole, caldo di colore,di grappoli d’uva d’oro trasparenti.
La sento leggera come una farfalla mentre la  prendo sulle braccia, come si usa fare con le spose.
La porto dentro casa e l’ adagio sul letto nella nostra stanza.
“ Riposati un momento, cambiati, sta serena, il tempo non ci manca… sono in giardino “ 
Il giorno s’allontana, la notte avanza, si accendono i lampioni, le campane  suonano  l’ultima ora di preghiera,  il mare è calmo, l’onda gonfia e silenziosa scivola sulla riva accarezzandola, la  spuma bianca penetra la terra,  la ravviva,  riempie ogni vuoto, poi con la stessa calma, se ne ritorna al mare accarezzando man mano quello che lascia.
Domani i bambini raccoglieranno il bottino: una stella marina, una conchiglia, un sasso.
Ho il cuore invaso dalla tenerezza e dall’amore pensando a lei dentro la mia casa.
Ci siamo sposati forzando i tempi, non riuscivo più a vivere da solo, è  un anno che mia madre s’è spenta consumata,  giorno dopo giorno, da un male senza scampo.
Ma adesso c’è lei, Maria.
Sento i battiti del cuore pulsare nelle tempie, l’ansia salire.
Non c’è stato tra noi che qualche tenerezza, osata, quando l’attenzione di chi stava con noi era distratta.
Strette di mano, sguardi… l’amore, il desiderio era dentro gli occhi, nello  sfiorarsi delle mani  quando,  finita la visita serale,  la  salutavo.
Mi sento   come  il mare,  penso  a Maria come alla mia terra.
Una terra da amare, coltivare, una terra che  se Dio vorrà darà i suoi frutti.
Maria  arriva silenziosamente alle mie spalle, mi  passa le braccia intorno al collo, ha diciassette  anni, ma è  già una donna, conosce bene quale sarà  il suo ruolo ed è  pronta a viverlo con gioia o con dolore come le hanno insegnato nella sua casa, senza parole, vivendo la vita di ogni giorno.
La prendo per mano tirandomela appresso in un saliscendi di stradine sino ad arrivare sulla spiaggia.
Affondiamo i piedi nella sabbia ancora impregnata di calore… in lontananza brilla qualche luce che si riflette sull’acqua tremolante. 
Il buio, ombre, rumori, il senso dell’ignoto… e noi.
Maria slaccia il corpetto, sfila la  lunga gonna dalla testa li  butta in lontananza.
La  sento  rabbrividire, tremare  mentre  l’accarezzavo, mentre  sfioro i contorni del suo candido corpo con infinita tenerezza.
La sento dibattersi contro la mia bocca che l’assapora, la scandaglia… sento l’abbraccio non lasciare spazio, l’esile corpo tendersi, inarcarsi, abbandonarsi.
All’alba resto a guardarla mentre dorme  chiusa tra le mie braccia, sono incantato dalla sua bellezza. Quando si sveglia, incrocia il mio sguardo sorridendo… un sorriso  caldo e luminoso che mi raggiunge l’anima.
Per tutti e due il mondo nasce in quel momento, davanti a una distesa d’acqua azzurra, trasparente. Davanti al mare alle sue onde che si rincorrono danzando.
Ci  rivestiamo, stiamo ancora un momento ad   ammirare il mare
“ E’ bello, è questo il  Paradiso “  Lei sussurra
- E’ bello sì… ma può trasformarsi in un inferno –  penso.
Per tre volte presento i miei figli al  mare, li bagno,  un rito un po’ pagano per difenderli dalla sua forza,  dalla sua potenza, dalla sua furia che può scatenarsi all’improvviso. 
Quando nasce Veronica è pieno inverno, gliela presento avvolta in una copertina di lana soffice e delicata come lei.
Le bagno la punta del nasino, l’acqua  scivola sulla boccuccia aperta, lei assapora.
Sono felice. Ogni figlio è stato accolto come una benedizione. 
Serenità. E’questo che vivo insieme  alla mia donna. 
Nessun pensiero inquieto turba il mio sonno.
La sera passo dai miei ragazzi e li segno affidandoli al Buon Dio,  nella stanzetta di Veronica mi fermo. La sento fragile, sola  rispetto agli altri che condividono ogni cosa.
Seduto sul suo letto racconto favole che invento…a volte mi lascio coinvolgere nel gioco.
“ Sirenetta qual è stata la cosa più bella della tua giornata? “ Lei mostra i suoi tesori, un bottone, un pezzetto di vetro trasparente levigato dall’acqua, una  pietra bianca come  neve … arrivano tutti dal mare i suoi gioielli.
Le porgo la sua bambola di pezza, la bacio sulla fronte, chiudo la luce… mi fermo sulla porta ancora qualche istante…
Nella notte, con Maria dentro le braccia, ci raccontiamo fatti e pensieri fino a quando il sonno non ci prende.
Dietro la  porta il mare resta accucciato come un cane, e come un cane  respira e soffia e ulula  ma non ci facciamo  caso. E’  lì da sempre. Dorme.    
Non lo sentiamo neppure quando si sveglia, si alza, si gonfia, esplode, invade.
Porte e finestre si spalancano, le ante vanno sbattendo avanti e indietro, escono dai cardini, cascate d’acqua  riempiono la casa, i ragazzi urlano, Maria si butta giù dal letto, affonda  fino a vita, io corro, nuoto, mi attacco dove posso.
Veronica con la bambola di pezza  stretta sul  petto galleggia sulla cresta di un’onda che sta tornando indietro, scivola fuori nel  vuoto del balcone, come sullo scivolo di legno.
Addosso ha solo le mutandine di cotone bianco, intorno al viso l’aureola dei  capelli neri a filo d’acqua.
Siamo tutti qui,  davanti a questo mare, stretti, compatti  su questa striscia di sabbia,  di fronte a questo cimitero coperto d’acqua azzurra, scaglie d’argento sotto l’esile sole dell’inverno, si rincorrono danzando.
Camposanto di croci immaginate, per i bambini sono di corallo bianco. 
Croci che non si vedono, piantate  in fondo a questo  abisso, a questa enorme pancia della terra,  mai sazia, che ruba, inghiotte, trattiene, cullandoli  e addormentandoli per sempre   figli non suoi.
I visi portano i segni di tutto questo orrore, sono tirati, secchi, lividi, gli occhi  sono laghi di dolore,  disperazione, e peggio ancora, pieni di niente.
Le case, quelle rimaste in piedi, sono sventrate, i vuoti delle finestre e dei balconi sembrano bocche sdentate  aperte a macabre risate.
Tutto è desolazione, morte. Guardiamo i nostri figli, tre, in fila davanti a noi, la testa china, gli occhi bassi, schiacciati  da questo peso enorme che è la morte.  
Non ci sono parole, niente da dire solo piegarsi, prendere coscienza della tua impotenza di fronte ad una volontà più grande, a fatti incomprensibili che arrivano,  sconvolgono e  danno all’uomo l’esatta dimensione.
Solo inginocchiarsi, pregare per non morire schiacciati da un dolore così grande.
La sirenetta è ritornata al mare, s’è portata la bambola di pezza.
Ho lottato con tutte le mie forze …Ma ha vinto lui. Il mare.
Un mare su cui piangono genitori e  figli. Un mare  che  tocca i lembi delle sottane nere, dei piedi, di chi va  avanti e indietro  lasciando solchi sulla terra, scrutandolo in chissà quale speranza…. un mare che quando si rivolta semina morte… e dopo qualche giorno restituisce corpi  deformati depositati lungo la costa … un mare  che  si placa e torna nuovamente alla sua danza.
Veronica se l’è tenuta il mare.
Viviamo tanto dolore, senza pianti e lamenti…. ma dentro siamo spaccati come la terra secca sotto il sole.
Cinque anni. L’otto dicembre si commemora quel giorno.
Viene calata in mare una Madonna,  tra  le braccia ha  suo  Figlio avvolto in un sudario. Il dolore del mondo è tutto raccolto nei suoi occhi. Li guardo e mi commuovo,  leggo nel volto di Maria lo stesso sentimento.
Mi avvicino, le passo un braccio intorno alle spalle, camminiamo verso la nostra  spiaggia dove migliaia di volte siamo venuti  a fissare per ore la danza perpetua delle onde.
Ci sediamo sulla sabbia  davanti  a questa sacra tomba e per la prima volta piango.
Prego quella Madonna che ha provato… le chiedo  pace,  per me, per Maria, per i  nostri figli.
Le chiedo una parola, un segno, qualsiasi cosa che possa placare l’ansia, calmare il respiro, chiudermi  gli occhi al sonno.
Con il viso nascosto tra le mani  prego e piango.
E’ Maria che mi scuote.
“ L’ho vista “  Forse ho capito male… mi  guardo attorno… c’è  solo sabbia e acqua.
“ L’’ho vista, era  sopra l’acqua “
“ Vieni, torniamo a casa, fa freddo, ti senti male? “  Cerco di calmarla
“ Ti giuro che l’ho vista mi ha  sorriso, aveva in mano la sua bambola di pezza “  Non ci credo, non posso, forse sta impazzendo…
“ Maria, andiamo a casa, vieni . Veronica è morta, non può ritornare, dobbiamo accettarlo, dobbiamo riuscire a vivere lo stesso… lo dobbiamo ai figli che ci sono rimasti…vieni, alzati “ Scuote la testa, fatico a farla alzare, ha il fondo della gonna inzuppato d’acqua, mi abbasso per strizzarla e… la vedo, accanto ai suoi piedi… vedo la bambola di pezza.
Intatta, con tutti i suoi colori.

E’ così ogni volta, mi lascio trasportare dai ricordi…
Mi alzo per rientrare, una carezza a Golia,  uno sguardo al mare.
Guardo con amore il dono che Veronica ci ha fatto.
Mi infilo dentro il letto caldo del sonno di Maria,  le passo un braccio intorno,  lei scivola contro il mio petto, come ogni notte da vent’anni… chiudo la luce,  respiro il suo respiro.
E’ pace, è armonia, è poesia.


Catalano Maria Gisella – Lanzo Torinese (To)



3º PREMIO RACCONTO ADULTI

PICCOLA STORIA NORMALE ALL’INIZIO DEL “SECOLO BREVE”(1)

Nella nostra famiglia, specialmente fra noi nipoti, c’è stata sempre una gran-dissima curiosità nei confronti di una foto che, poggiata su un centrino di pizzo, parzialmente illuminata da una candela tremolante una tenue luce ros-sa, era sistemata al centro di una cassa-panca.
Lateralmente alla stessa foto ci incuriosivano, ancora di più, sei sottili plichi poggiati lateralmente, all’epoca aperti e poi scrupolosamente ripiegati ed im-pilati su se stessi, sul pacchetto a mò di fermo un bossolo di mitragliatrice.
La foto color seppia, che mostrava contorni sfumati, per essere stata otte-nuta da ristampa evidentemente estrapolata da un gruppo, rappresentava un giovane gradevole nell’insieme, con un bel sorriso aperto alla vita, e un viso regolare ornato da un paio di baffetti “assassini”.
Quella foto era, da sempre e per tutti, il ritratto di “nonno Giustino”.
In verità non era poi nostro nonno, ma un fratellastro di nostro nonno Giusep-pe, nato dalla medesima madre.
Perché quella specie di altarino? Tutto nasceva dal fatto che nostro nonno era l’unico parente che avesse Giustino, per cui quel plico di lettere non erano nient’altro che lo sfogo di un giovane verso il proprio, unico, fratello.
“Don Giustino” era uno di quei “ragazzi del ’99” partiti per la prima linea della grande guerra (‘15-’18), ragazzi richiamati nel fiore dell’età durante l’ultimo anno di quell’immane conflitto.  Per cui Giustino si era trovato improvvisa-mente, dalla calma senza tempo della campagna Abruzzese (ma questo si venne a sapere solo dopo un certo tempo) “sbattuto” sull’altipiano di Asiago, e poi a Roana e di nuovo ad Asiago, intruppato in un reggimento di artiglieria alpina, con tanto di mulo a fargli compagnia – per forza: era abruzzese! -
Quante trincee scavate! Quanti camminamenti sistemati! Quanti muli “brusca e striglia”!
A questo punto, per capirne di più, è d’uopo iniziare a leggere e successi-vamente riflettere su quelle missive così religiosamente conservate.
Tutte le lettere scritte presentano una grafia regolare, semplice e scorrevole; parlano di un Giustino, dopo la sesta elementare, si era iscritto ad una scuola di calligrafia e che magari sarebbe stato più che meritevole al proseguo degli studi; purtroppo non se n’era presentata l’opportunità. Le lettere erano tutte “passato per la censura” di qui alcune, brutte, cancellazioni.

Prima lettera - Agosto 1918 -
Caro Giuseppe (riferita a nostro nonno paterno), qui il paesaggio è meravi-glioso mi sembra addirittura più bello della nostra Maiella, ma la notte fa già molto freddo. Non so a quanti metri di altezza siamo trincerati ma mi sembra che siano circa 1000. Qui intorno non esistono case; è tutto un insieme di trincee, fortini, depositi, camminamenti, santabarbara. Il tempo passa lentamente. Gli “anziani” non fanno che ripeterci che qui ci stiamo curando le feri-te. Realmente non capisco cosa vogliano dire, ma mi prodigo assieme agli altri per tenere tutto in ordine e a farlo carponi cercando così di evitare di essere colpiti dai “cecchini” che operavano dalle trincee nostre dirimpettaie.
Viviamo tutti con una fiducia illimitata verso coloro che prendono le decisioni. Qualche volta si va in panico, proprio come quei bambini che per la prima volta si accorgono che i genitori hanno loro mentito, e questo specialmente se la bugia era già presente nel proprio subconscio. Caro Giuseppe, quando si fa parte di una comunità composta da persone isolate, l’individualità si dissolve e viene, sempre, sostituita da una sensazione di unità: ognuno sa dov’è l’altro, ascolta il suo respiro, avverte ogni suo piccolo movimento; certamente il tutto diviene un unico. Spesso sembra che ci si muova all’unisono per evitare agli altri qualsiasi intralcio. Questo non è un problema per gente che, come noi, ha vissuto in una grande famiglia e che sa quindi, che se hai poco spazio a disposizione per te stesso, per i tuoi desideri più intimi, per i tuoi ricordi, per le tue aspirazioni, questo spazio deve essere ordinato, perfetto, come spec-chio che ti raffiguri. Tutto per contrastare la degradazione, la paura, l’autodistruzionismo, e quella pressione che, altrimenti, ci opprimerebbe da ogni parte.  Ora siamo stanziati presso un Paese che si chiama …… (i tratti punteggiati sottintendono cancellature prodotte dai censori) presso …… sull’altipiano ….. i giorni scorrono lentamente nell’angoscia; per non riflettere troppo penso a te, fratello mio, e a quanti ho voluto bene a Chieti, e seguito a scavare, sistemare, curare il mulo e aspettare… ma che cosa?
La guerra di trincea! Se stai a testa giù gli unici nemici che non ti lasciano mai sono il freddo, l’acqua e la fame.  Durante il giorno la guerra dura si e no 10 minuti; poi uno sparo che, se è seguito da urla e parole concitate, significa che avrai un nemico in meno. Sempre un nemico in meno, sia se quello che è stato colpito muore, e sia se torna a casa ferito. La notte invece si cerca di dormire. Ogni tanto un “bengala” (i bengala non hanno nazionalità) illumina a giorno la zona; sembra una mano adunca che cerca di indicare eventuali avversari in avanscoperta. Segue qualche fucilata e poi di nuovo silenzio. Il freddo: il freddo, caro fratello, è sempre più …freddo! Se il cielo è nuvolo è freddo umido che penetra, a fondo, nelle ossa; se il cielo è limpido, il freddo è tagliente. Non ho ancora capito quale dei due sia più insopportabile. Giusè, mi servono scarpe pesanti, una sciarpa e dei guanti. Infatti le scarpe che indosso purtroppo non sono più impermeabili e durante il cammino sento sempre un cick e ciak fastidiosissimo. Oltretutto il mio calore corporeo non riesce più ad intiepidire la fastidiosa umidità che circola nelle mie estremità.  
A proposito, se mi vuoi scrivere puoi inviare le lettere alla Croce Rossa, che poi provvederà ad inoltrarmele. (7° Regg. Art. montagna 4° Comp. 2° pl.).
Un abbraccio, Giustino

Seconda lettera: 30 settembre 1918.
Caro Giuseppe, fa sempre più freddo, il rancio che ci arriva, sempre ad orari diversi, ci viene scodellato ormai ghiacciato: come al solito viene divorato; e ciò perché ormai siamo rimasti tutti giovani affamati, i veterani, meno divo-ratori di noi, sono ormai come le mosche bianche.
Ieri è morto un soldato del mio stesso plotone; l’Ufficiale, prima di affidarne il corpo al reparto che procede alla sepoltura provvisoria (nessuno di noi è a conoscenza della trafila che, in questi frangenti, viene seguita), ci ha fatto vedere da vicino come sia facile essere uccisi se non si pone attenzione al modo di muoversi in trincea. Un piccolo foro, nerastro, basta a eliminare un amico che, poco prima divideva con te ansie e dolori! Parlando d’altro; Ieri sera, approfittando della luna piena, mi sono azzardato a camminare, per un po’, dietro le nostre linee; mi sono risentito libero, come quando vivevamo assieme e la strada ci sembrava sempre… in discesa! Ho camminato per circa mezzora in questo prato immenso; e ad un certo momento mi sono trovato presso una masseria dalla quale non trapelava alcuna luce, salvo un piccolo bagliore che stimai potesse essere causato da un riflesso lunare: la fattoria era silenziosa, immensa. Sembrava disabitata. Poi, ho iniziato ad arrampicarmi, facendo  molta attenzione, per i gradini esterni. Per maggiore sicurezza, ho poi bussato alla porta. Dall’interno alcuna risposta. A seguire, distinto, il trascinare di una sedia. Il rumore di alcuni chiavistelli che inizialmente bloccavano la porta; e poi il chiarore di una lampada che si avvicinava sempre di più. La porta si apre: la lampada mi viene avvicinata al viso; capisco che chi l’ha in mano mi sta scrutando con molta attenzione, mentre io nel frattempo non riesco a vedere alcunché. Poi una voce femminile, piuttosto gutturale, mi fa: I tzimbar; du belisc? I Crimilte, du? I vorte! (Io sono Cimbra(2), tu sei italiano? Io sono Grimilde e tu? Ho paura!) La traduzione me l’hanno poi fatta in trincea, alcuni commilitoni già da tempo in quel luogo. Giusè: io con il mio chetino le ho risposto: Sono Giustino, ho paura (non so perché, pur aven-do capito soltanto il suo nome: Grimilde, anche io  dichiaravo il mio stato di paura). Poi Grimilde proseguì: i stian agnjua, maude?. Rishtasi trukan! (Io abito sola; stanco? Accomodati e asciugati). Ed è stato così che l’ho conosciuta. Sono entrato, e mentre lei tornava a sistemarsi eretta, su una seggiola impa-gliata con schienale rigido, con la gonna nera che la copriva fino ai malleoli,  con un movimento calmo, circolare mi ha indicato l’altra sedia posta affianco al fuoco, accompagnando l’invito con un lieve sorriso. Poi silenzio profondo. Ad un certo punto lei si china sul fuoco, scava fra la brace e le ceneri, tira fuori una Bratkartofein; Essan!  (Patata arrosto: mangia!)                           
Forse sono stato da lei un paio d’ore; forse ho dormicchiato sognando; forse è stato allora che le nostre anime hanno iniziato a comporre poesia: Tanti forse! Nulla di certo! Decido di tornare indietro. Lei mi fa: Kommen morgan? (Tor-ni domani?) Non ho risposto. Cosa avrei potuto dire? La guerra non permette prendere impegni, anche se a breve termine.
Un abbraccio fraterno a te e un saluto a tutti Giustino. 

Terza lettera: 14 Ottobre 1918.
Giuseppe, fratello mio, in questi giorni ho pensato sempre a lei, e se anche non me la ricordo molto bene; sai nell’oscurità tutti i gatti sono bigi... Ieri sera, approfittando della luna calante sono tornato a trovarla. Il freddo era insop-portabile, ma la voglia di tornare presso quel fuoco mi dava forza, e ciò anche se i dubbi sulla strada da seguire restavano sempre numerosi. Sbaglio sen-tiero; ne sbaglio un altro; poi, mentre sta per sopraggiunge lo scoramento, finalmente la casa di Grimilde: busso, lei mi apre immediatamente e io le dico due parole cimbre che in quei giorni ho imparato: Helfe! Kegliak! (aiuto, sono a pancia vuota!). Lei sorride, mi prende per mano, e butta là: considera!  Io penso: cosa? Proprio niente da considerare. Quel nome indica un specialità culinaria degli altipiani, ottenuta da pasticcio di polenta, patate, farina, burro, condimenti vari e carne. Divoro tutto il ben di Dio che mi viene porto su un disco di legno! Poi mi siedo vicino al fuoco; le riprendo la mano, e in silenzio credo che componiamo ancora assieme versi  che si intersecano meravigliosamente l’uno con l’altro, anche se stiamo nel più assoluto silenzio.
Le nostre anime sembrano avvolgersi in una spirale senza fine che va da quel luogo, fino al cielo e là sosta felice nella speranza di nuovi orizzonti.
Non poteva essere altrimenti. Pura poesia a schema libero, difficile da comprendere se non da noi soli: troppo musicale la mia lingua; troppo gutturale e tronca la sua. Credevamo di comporre, ma forse eravamo soltanto un unico in due corpi teneramente avvinghiati. Seal, wir tzoa, caminan quam, mi diceva lei : anima mia, noi due, camminiamo nel nulla. Ich lieben dich. I sain dai. Vohint mit brine nich importieren. Dir boglian bou sempar: Ti amo e sono tua. Dove mi porti non importa. Ti vorrò bene, sempre.
A me sembrava di sussurrarle nell’orecchio versi di infinita grandezza e certamente adeguati a quei momenti fantastici. Sussurravo(!), sussurravo e tutto si sistemava in quella spirale che andava verso l’alto e che tutto ci faceva dimenticare salvo l’amore fra due esseri.
Giusè, fratello caro forse mi riporto a Chieti, la moglie!

Quarta lettera 25 Ottobre 1918
Caro Giuseppe ti scrivo questa mia in un momento di grande confusione. Ci stiamo preparando, sotto una pioggia che non ci da tregua a quello che i nostri comandanti chiamano lo sforzo finale. Tutti sono fiduciosi. Nessun traguardo ci sembra irraggiungibile. Nelle trincee ci vengono offerte tutti i giorni delle mezze gavette di cognac medicinale. Fa freddo e ne beviamo volentieri. Qualche anziano ci consiglia di metterne da parte. Dice che fra poco ci servirà! Grimilde non l’ho vista più. Spero vederla presto. Ciao Giustino.

Quinta lettera del 2 Novembre 1918
Caro fratello, penso che questa sia l’ultima lettera che ti potrò scrivere;a giudicare da quel che accade molto presto tutto sarà finito. E poi? Ho deciso, assieme a Grimilde di trattenermi qualche giorno qui, prima di tornare a Chieti. L’ho vista l’altra sera. E’ lei che mi incoraggia, mi sussurra parole vicino vicino all’orecchio. Io non le capisco, ma se non è poesia questa!? Ormai tutti siamo convinti che la guerra finirà presto. Gli austriaci cercano di ritirarsi in ordine. Non ci seccano più la notte con quelle frasi che suonano all’incirca così. “Italiano arrenditi; noi ti daremo da mangiare e delle scarpe nuove. La tua caparbietà è inutile. Siamo noi i vincitori!”. Infatti alcuni commilitoni che vengono a darci il cambio, (eufemismo che vuol dire: sostituzione di amici morti in trincea) ci parlano di avanzata; riconquista di posizioni. Tutte parole che ci fanno veramente bene. L’altra sera Grimilde mi ha regalato un paio di calzettoni di lana che ha fatto con i ferri proprio lei: ne avevo bisogno. Poi mi ha messo in mano un fagotto di patate lesse e pane nero: Es dein befreundet! Per i tuoi amici! Non ti dico le feste! A presto Giustino.

Ultima lettera imbucata in una busta differente dalle altre, senza censura, con la intestazione ROANA von siben Komoinen (Roana dei sette Comuni) e datata 5 Novembre 1918
Cari tutti, vi scrivo per comunicarvi che abbiamo vinto la guerra. Sono contento che tutti i sacrifici fatti siano serviti a qualcosa. Non vedo l’ora di tornare a casa e di farvi conoscere la mia sposa. Adesso vado da lei, prima che ci cambino destinazione; poi proseguirò a raccontarvi quanto accaduto. Dimenticavo, finalmente sono a conoscenza del suo indirizzo: Mezzaselva di Roana – Asiago di Vicenza. Posto bellissimo, ma per noi abituati al nostro clima, piuttosto freddo .………………
(la lettera prosegue con un tratto di grafia disuguale, grande, di varia obliquità, evidentemente tracciata da mano poco adusa allo scrivere.)
Io sono Crimilte. Uno disgraziato che forse non sapeva neanche che la crante guerra fosse terminata, ha sparato un unico, ultimo, colpo von schioup (di fucile). Asou (così) ho trovato Giustino toataz (morto) a faccia “’nterre”, auf ais (nel ghiaccio)  e con le braccia larghe, a croce.
L’ho sotterrato hia (qua), haute (oggi) pai (vicino) ai miei familiari.
Un a Bau? Perche? Lo amavo suoval (tanto)!
Vostra Crimilte. ……………………………………………
Di seguito, in calce, una dichiarazione del prosindaco di Asiago che oltre a dichiarare veritiero quanto riportato da Grimilde, unisce alla lettera una piantina della zona con indicato il Borgo riferito  alla casa di Grimilde e il luogo della tumulazione avvenuta del povero Giustino. (Le aggiunte in lingua italiana, allo scritto di Grimilde, sono state riportate dalla stessa mano del prosindaco)
Prima della firma esiste anche un appunto scarabocchiato a matita: l’ultima vittima, innocente, del secolo breve: La firma è illeggibile.

(1)  Ogni secolo di solito viene aggettivato dai posteri. Il secolo XX, diversamente dagli altri, per convenzione viene diviso in tre parti: una parte iniziale che va dal 1° Gennaio 1900 al 4 Novembre 1918, e una parte finale che inizia dal giorno seguente la caduta del muro di Berlino, e termina il 31 Dicembre 1999. E’ stato Il filosofo B. Russel in un suo scritto inviato al collega E. J. Hobsbawm a chiamare, per la prima volta, questo periodo, quello cioè che va dal 5 Novembre 1900 alla caduta del muro di Berlino “Secolo Breve (o delle Dittature)”. Molto probabilmente Giustino fu l’ultima vittima della 1° guerra mondiale e la  prima del Secolo breve.
(2)  Lingua arcaica di ceppo tedesco che viene parlata dalle popolazioni che vivono nei sette Comuni e nelle borgate che compongono il nucleo dell’altipiano di Asiago.          

Rabottini Gianfranco – Casalincontrada (Ch)



PREMIO SPECIALE RACCONTO ADULTI

19 OTTOBRE 1956

-          Ti sei bevuto pure il cervello alla fiera di Roccamontepiano? Lo sapevo io, che non dovevo mandartici insieme a quel furfante di don Lorenzo! Chissà quante scemenze ti ha messo in testa! andava ripetendo da due giorni comare AnnaAssunta al marito Vincenzo, chiamato bonariamente dai suoi compaesani il “carica – asini”, visto che era riuscito, grazie alla sua mole possente, a caricarsi sulle spalle un povero asino che si era affossato in un brutto acquitrino paludoso della piana D’Archi.
-          In America non ci vai! Che faccio io qua da sola, con Giovannino che ha appena cominciato ad indossare i calzoni lunghi? Ah! Aveva ragione mio padre, quando mi diceva che non ti dovevo sposare! - E compare Vincenzo, con la sua fronte alta e i suoi occhi placidi, con una criniera di capelli corvini che abbellivano la testa di un vero combattente (e quanto piaceva, alla moglie, guardare e riguardare la cartolina che le aveva mandato anni addietro, tutto parato da bersagliere, con tanto di tromba e cappello piumato), azzardava, rigirando quelle carte preparategli, appunto, dallo sbriga faccende don Lorenzo:
-          Ma Annina, abbiamo appena di che mangiare…..Tu, alla piana d’Archi, avevi tre pasti al giorno e un cavallo tutto tuo…. Non ci aveva torto, dopo tutto tuo padre…. Non ero un partito alla tua altezza…. Pure i pantaloni che indosso ora sono usciti dalla tua dote… Con il cotone tessuto da tua madre, hai dovuto vestire tuo marito…. Alle Piane eri padrona, ora sei una mezzadra, perché io non posseggo nulla…. .
Ma AnnaAssunta, cocciuta come il mulo di sua zia Giovina che, non avendo figli, le dava ogni tanto un po’ di uova per Giovannino, lo inceneriva e lo faceva risorgere allo stesso tempo con i suoi soliloqui gridati al vento per le campagne.
Che si credeva, quel marito suo? Lei lo aveva scelto contro il piacere di tutti, sopportando anche gli schiaffi di Rocco detto “il Diavolo”, che pure l’aveva sempre considerata la figlia preferita…. Aveva detto di no a Casimiro l’Americano, tornato benestante da Nuova York ma sempre con quella puzza insopportabile di piedi! Aveva rifiutato Matteo, il figlio di Sebastiano delle Piane, che possedeva terre buone e dieci vacche da latte… Lei, comare AnnaAssunta, piccola ma bellina con il suo viso da amazzone, aveva rifiutato i migliori partiti da quando, quel San Giovanni Battista di 20 anni prima, aveva visto scendere dal suo mulo la zia Giovina del paese accompagnato dall’ultimo figlio di Giulia la ricamatrice; quella visita alla madre di AnnaAssunta, sorella maggiore di Giovina, le aveva cambiato la vita.
A nulla erano serviti i dinieghi e le proibizioni della famiglia.
-          Chi t’ha detto qualcosa a te, quando hai voluto per forza prenderti Marietta? Ripeteva con arroganza al fratello maggiore, che, un giorno, sfinito, disse al padre di lasciarla libera di fare quello che volesse.
-          AnnaAssunta non è come le altre femmine! Farà come vorrà, come sempre, del resto!
E le nozze si celebrarono, dopo tante chiacchiere, nel più modesto dei modi, come se AnnaAssunta fosse stata la figlia dell’ultimo dei mezzadri di suo padre. E quando Vincenzo la portò al paese, tutta la gente la guardava come se avesse avuto la malaria addosso.
-          Meglio un giorno da leoni, che cento da pecora! Era stato l’augurio del fratello maggiore di Vincenzo, Nicola. Eh si, perché lui la moglie se l’era scelta povera e scialba, con la bocca fatta solo per dire “si, Nicola”, e il seno prosperoso per allattare i tanti figlioli.
Ma ai due sposi non importava dei parenti invidiosi. La bella stagione uscivano tutte le mattine all’alba, e lavoravano come asini fino al tramonto del sole; d’inverno AnnaAssunta tesseva per la signora Lucia, la moglie del farmacista, e Vincenzo si rodeva nel vedere la sua bella moglie che si consumava le mani e la schiena senza tregua . I figli non vennero i primi anni, ma al bersagliere non importava: a chi gli diceva che gli avevano messo la veste, lui rispondeva solo – E anche se fosse? A me sta bene così !-
Quando Giovannino si apprestò a venire al mondo, il fronte di guerra era appena passato; le urla della partoriente si confondevano con quelle delle mogli e delle madri a cui erano stati strappati i cuori, per le strade sempre più misere e sempre più vuote.
-          Lo chiameremo Giovanni, come il Battista – aveva detto Vincenzo, e questa era stata forse l’unica volta, che aveva avuto il coraggio di prendere un decisione! Ma a lui non dispiaceva essere guidato dalla moglie. – Sono tutti invidiosi – ripeteva all’amico Gustavo l’Atessano – perché il nostro è vero affetto. -  Ma con un figlio le cose erano un po’ diverse. – Vorrei che andasse a scuola, come i figli di donna Lucia! Vorrei che avesse una casa vera, non queste due stanze annerite dalla fuliggine! – Andava ripetendo V., con lo sguardo sempre più spento.
-          Ma l’America è troppo lontana! Che ci faccio io qui in paese, senza di te? Togliermi l’aria, è
questo ciò che vuoi? E Vincenzo la guardava, estasiato. La sua AnnaAssunta gli voleva bene davvero, non c’era dubbio. E con l’espressione di chi sapeva d’amare e d’essere profondamente riamato, le prendeva le mani, commosso, e la stringeva contro il suo petto, teneramente, fino a quando la donna non cominciava a ricordagli delle commesse che dovevano sbrigare.
Il giorno prima della festa di San Francesco, Vincenzo tornò a casa tutto trafelato, ma contento. Aveva saputo in piazza che cercavano operai per la costruzione della ferrovia in pianura. – E’ una benedizione dal cielo! Se mi prendono, quest’inverno potremmo stare più tranquilli e Giovanni potrebbe anche ricominciare ad andare a scuola! Che ne dici, Anna? –
AnnaAssunta non rispondeva. Le sembrava tutto troppo bello per essere vero, un nuovo lavoro, altri soldi, oltre quei pochi spicci che donava loro la terra.
-          E come farai per andarci? Non puoi mica andare con il mulo!
-          Ho deciso di comprarmi una bicicletta, sarebbe meglio una vespa, ma non possiamo permettercelo, e poi, ho paura dei motori, io! È meglio la bicicletta, perché fa tutto ciò che dico io!
E così Vincenzo cominciò ad andare a lavorare nella Piana, tutto orgoglioso di guidare quella sua bicicletta nuova di zecca, che puntualmente ripuliva ogni sera, dopo una lunga giornata di fatiche, dagli schizzi di fango delle strade accidentate.
-          Zi Guido, vi piace la mia bicicletta? - Chiese Vincenzo una mattina a Guido il poeta, che di mestiere faceva il fabbro, ma la sua vera passione, questo diceva lui, era la poesia.
-          E’ bella, Vincè. Sto pensando di comprarla anche io, così ci impiego meno tempo ad andare a trovare la sposa mia!
-          La sposa vostra? Ma che dite, zi Guido, vostra moglie mica abita lontano da voi! Avete sempre voglia di scherzare, e io che ci perdo tempo con voi! – gli ripeteva Vincenzo, che proprio non riusciva a comprendere quell’ uomo “strambo” non più giovane, ma neanche vecchio, smilzo e calvo, sempre infreddolito e malaticcio che, piuttosto d’aggiustar zappe, preferiva trascorrere la maggior parte del suo tempo seduto davanti alla cantina di Giacinta “ci – vuole – un po’- di –buon  - senso”,  perché soleva aggiungere sempre questa frase alla fine di qualsiasi tipo di discorso.
-          La sposa mia, quella vera, non è quella che ho in casa…. La donna mia è dolce come il miele, bella come una Madonna e delicata come una rosa….Questa che vive con me è la sua brutta copia! – Vincenzo non poteva fare a meno di ridere a queste parole, anche perché poi ogni giorno la “brutta copia”se lo veniva a riprendere con modi non tanto gentili….
Intanto, al paese, l’invidia avvelenava le parole del popolo, e ogni volta che AnnaAssunta passava col suo asino carico di fascine o di qualche bene di Dio da mangiare, si sentiva addosso gli occhi come spille delle sue vicine.
-          E mica è per tutti, di questi tempi, avere un marito manovale…..
-          La fortuna gira sempre dalla parte sbagliata.
-          Complimenti, Anna; mio marito mi ha lasciato solo quattro bocche da sfamare e una bella cartolina in bianco e nero della sua campagna d’Africa! Voi ce lo avete bello, giovane, forte, e soprattutto vivo!
Lei non rispondeva. Doveva sentirsi scontenta di avere avuto la cattiva sorte di tante compaesane? Certo le dispiaceva per loro, ma voleva tenersi stretta stretta la sua piccola felicità, senza pensare ad un destino diverso da quello che, ora, le sorrideva, dopo anni di miseria e di umiliazioni…..
-          Vincè, perché non ti fermi pure tu, stasera, per un bicchiere di vino da Giacinta? – gli aveva detto il 19 Ottobre 1956 il capomastro, un omone tutto bonario con un naso panazzo e due occhietti da lince, che stonavano come le corde dell’organo di don Mario in quella testa grossa e prepotente, ma di una prepotenza umile, fatto solo di senso di dovere.
-          Non posso, facciamo un’altra volta, grazie. Mia moglie mi aspetta. Dobbiamo andare da una parte. Sarà per un’altra volta, aveva risposto Vincenzo, inforcando vigorosamente la sua bicicletta.
-          Comara Anna, dovete venire con noi. Ma non vi preoccupate, è cosa da niente, ripeteva a testa bassa Innocenzo il rigattiere che aveva la casa vicino alla strada che attraversava puntualmente ogni sera Vincenzo alla stessa ora.
Ma Anna, che godeva di un’intelligenza talmente perspicace da sembrare quasi brutale, cominciò a strapparsi i capelli e a mordersi le mani, mentre Giovanni veniva portato via dagli zii delle Piane, avvertiti della disgrazia.
-          E’ morto sul colpo! Il furgoncino di un pescivendolo lo ha investito in pieno.
-          Ma di chi è il torto? Se il pescivendolo ha torto, Anna ci guadagna!
-          Vincenzo non si è fermato; doveva fermarsi, me l’ha detto la guardia comunale!
-          Se è così, allora la presuntuosa delle Piane non potrà friggere le scrippelle a Natale!
E intanto la “presuntuosa delle piane”, come la chiamava sua cognata Angiolina, giungeva tutta scarmigliata e trafelante all’ospedale civile di Atessa.
-          Si faccia coraggio, le aveva detto il cappellano dell’ospedale, che proprio in quel momento stava benedicendo il morto. Vincenzo sembrava incredulo davanti a tutto quello spettacolo, come se fosse ancora vivo e fosse uno spettatore qualsiasi. Non aveva graffi per il  corpo, era intatto: solo dietro il polpaccio destro vi era una piccola ferita, insignificante. Aveva gli occhi aperti, e Anna non voleva che li chiudessero.
-          Ha battuto la testa. Mi dispiace. Avete figli? Continuava a chiederle il cappellano, ma Anna non gli rispondeva. Si contorceva dal dolore di aver perso l’amore suo: le si era sciolta la lunga treccia, e con quei capelli liberi al vento asciugava il viso e le mani del suo Vincenzo, inumiditi dalle sue lacrime. Sembrava la Maddalena del Vangelo, così atteggiata.
E più di un ammalato dovette tapparsi le orecchie, perché le grida della donna perforavano le mura dei reparti e inondavano le stanze, come fiume in piena.
E quel fiume attraversò i colli atessani, la pianura dove Anna era nata e il piccolo colle su cui era andata sposa.
In ospedale ci avevano condotto anche zi Guido il fabbro – poeta, che, trovandosi sul posto al  momento della disgrazia, era rimasto come intontito dalla paura.
-          Che ne so io? – andava dicendo la moglie brutta – copia di zi Guido ai dottori – Quando sono andato a cercarlo per la cena, l’ho trovato così, irrigidito come una pietra, incapace perfino di pronunciare le solite scemenze poetiche! Che gli sarà successo?
Zi Guido lo avevano sistemato in una cameretta vicino a quella dove c’era il morto; la gente che accorreva dal paese salutava prima lui e dopo il povero Vincenzo.
-          Voi avete visto tutto? Di chi è la colpa, zi Guì?
-          Voi stavate lì. Chi si doveva fermare? Ma zi Guido taceva. Fissava il soffitto quasi estasiato e sembravo come se la sua testa di eterno sognatore fosse volata via per sempre da quel corpo di povero fannullone….
Vicino al suo letto le comare del paese discorrevano tranquillamente dell’accaduto, come se pure zi Guido fosse morto.
-          Mio marito ha sentito cantare la civetta per tre notti davanti alla loro casa…. E’ inutile, non si può sfuggire al destino….. Come si dice, Giuseppì, “uomo nato, destino dato”!
-          Annina mia! Annina mia! – continuava a strillare la vedova, mentre nel frattempo era giunto pure il carica morti Guglielmo il cappellaro, perché portava sempre un cappello diverso per ogni morto che accompagnava al cimitero. E Anna, vedendolo giungere con un basco tutto nero, cominciò a fremere, d’un fremito che la scuoteva tutta, dalla testa ai piedi, come se avesse la febbre della Spagnola, che un tempo si era portata via metà della famiglia di sua madre Concetta.
-          Vincè, hai visto? E’ venuto don Guglielmo con il basco nero, è venuto a prenderti! E che ci faccio io, adesso, con quest’anima mia? Che ci faccio? Due anime, ma era solo una! – E cominciò a ridere, d’un riso isterico e nervoso, come se la pazzia l’avesse colta all’improvviso. Verso l’alba le portarono il figlio, che piangeva silenziosamente tutto rannicchiato in quella giacchetta di velluto nero fattagli indossare dai suoi zii materni. Madre e figlio, prostrati dal dolore e dalla disperazione, rimasero accanto al morto immobile e increduli, stretti in un abbraccio che esprimeva più di mille parole. E Giudo il poeta, mentre lo dimettevano, avrebbe voluto dire qualcosa alla vedova e all’orfano, avrebbe voluto seguire anche lui il corteo funebre, ma si sentiva le gambe fiacche, e una spossatezza indicibile gli impediva perfino di pronunciare qualche parola. Cinquant’anni dopo le vicende di questa storia, un nipote di quell’uomo incompreso si è presentato alla mia porta con in mano un foglietto di carta ingiallito.
-          L’ho trovato svuotando un vecchio comò dei mie nonni: credo che riguardi la tua famiglia –
Poche righe, datate 19 ottobre 1956.
-          Ho conosciuto brevemente la vita. Mi è passata vicino, ma non sono riuscito a tenerla stretta. Ho conosciuto l’amore, intensamente.
-          Ho sognato un domani, ma il sogno è diventato un airone indifferente che si è alzato in volo in un cielo lontano. Eravamo due anime, ora è rimasta solo una poesia.
  

Fantini Leonilde – Altino (Ch)


1º PREMIO RACCONTO GIOVANI

UNA SQUADRA, UNA SOLA ANIMA

Ai tempi odierni, in un paesino posto nelle verdeggianti colline d’Abruzzo, si vede giocare tra i vialetti antichi e nella bellissima villa comunale un gruppetto di amici.
Fra  loro vi è un ragazzo di nome Tonio, dai capelli dorati, occhi scuri e penetranti, naso a patata; quando sorride s’ intravedono denti brillanti come diamanti.
Alto, atletico, muscoloso, un “fisicaccio” da fare invidia.
Abita in una bella casa circondata da un giardino recintato, con vialetti alberati ed aiuole fiorite.
La facciata della casa a mattoni in alcuni punti è consumata dai rimbalzi delle pallonate tirate dal ragazzo, che approfitta di ogni momento libero per dedicarsi alla sua passione.
Nel paese Tonio è già un leader, infatti gioca con la squadra locale, è ritenuto un talento, una vera promessa.
La domenica tutti corrono allo stadio per assistere alle sue prodezze: nel ruolo di attaccante corre, scarta, segna goal da moviola.
Tutto ciò crea in lui un atteggiamento di superiorità; Tonio comincia a pensare d'essere più bravo e più forte dei compagni, quindi non ha bisogno di fare gli allenamenti, non si presenta.
La settimana successiva, nella convocazione per la partita, il Mister decide di non far giocare Tonio e, al suo posto, chiama Mario, un calciatore un po’ “scarto” che segna goal e porta alla vittoria la squadra.
Finita la partita tutti rientrano negli spogliatoi felici, soddisfatti per il risultato ottenuto.
Solo Tonio rattristato dall’accaduto prende il borsone e, mogio mogio, torna a casa.
Non pranza, si chiude nella sua cameretta e riflette su come si è comportato durante la settimana.
Ad un tratto sente bussare e, con un sussulto pensa: - Chi può essere a quest’ora? Non aspetto nessuno!
Frastornato nei suoi pensieri, apre e si trova davanti l’imponente figura del Mister; Tonio sorpreso indietreggia pensando di essere rimproverato, ma egli si avvicina e lo abbraccia.
Il ragazzo avverte una forte emozione, sente il calore dell’amore e scoppia in lacrime.
I due cominciano a parlare, a chiarirsi ed il Mister con parole dolci fa comprendere a Tonio che per diventare forti occorre  non solo partecipare a tutti gli allenamenti, ma “capire” che il gioco è unire le forze di tutti, sentirsi una squadra . . . una sola anima.
L’allenatore, nel suo fisico atletico, con la sua autorità, si mostra al giovane calciatore in una nuova veste, con uno sguardo dolce e comprensivo, gli fa capire che le sue prodezze calcistiche devono essere messe a disposizione della squadra: l’unione di tutti  sicuramente porterà a grandi successi.
Gli allenamenti riprendono faticosi, ma Tonio e il Mister “ hanno raggiunto gli stessi intenti “.
Finalmente arriva la domenica, il giorno tanto atteso per disputare l’ultima partita che potrà determinare il passaggio alla categoria superiore e far vincere il campionato.
L’arbitro fischia l’inizio della gara e dopo alcuni minuti la squadra avversaria va in goal.
Un po’ sconsolati i compagni e Tonio mettono la palla al centro campo e si riparte . . . Si passano la palla, fanno contropiede, Tonio con un balzo acrobatico “piazza” in mezzo e passa a Mario che segna di testa.
Urrà! Urrà! La squadra pareggia.
Tutti esultano in campo e sugli spalti.
Mario è felicissimo anche perché ha segnato grazie a Tonio.
Si ricomincia. Il clima è incandescente, Tonio prende la palla, scarta, arriva vicino all’area di rigore, ma subisce fallo; l’arbitro fischia e concede la punizione.
Il Mister dà fiducia a Tonio e gli chiede di batterla.
Il ragazzo prende la palla, la sistema al posto giusto, guarda la sua panchina, i suoi amici e, riflettendo su quanto era accaduto, tira, fa saettare la palla e segna.
Per un attimo lo stadio “ammutisce “. . . si ode un applauso . . . ed ecco rimbombare gli incitamenti, le mani del pubblico diventano rosse per gli applausi, le voci roche per le grida.
Fischia l’arbitro, la partita termina, finalmente si può esultare.
Tutti  si abbracciano, vanno verso il Mister, gioiscono . . . sono una squadra . . . una sola anima.

Seconda e Terza Elementare – Perano (Ch)


2º PREMIO RACCONTO GIOVANI

AMICI  PER  LA  VITA

Era una classe formata da bambini con notevoli capacità, perciò in grado di dare ottimi risultati, ma… a volte l’apparenza inganna.
Per la maggior parte, infatti, erano alunni molto vivaci, litigiosi, insolenti.
Non facevano altro che parlare contemporaneamente ad alta voce, polemizzare su tutto,   prendersi in giro in modo offensivo, gironzolare indifferentemente per l’aula, lanciarsi palline di carta stagnola e gomme, farsi dispetti.
Le maestre erano intervenute con diverse strategie.  Poverine! Erano sfinite.  Non sapevano più che cosa escogitare.
Ai loro richiami  la risposta usuale era <<Non sono stato io, la colpa è solo dell’altro>>.
E … i ragazzi continuavano imperturbabili a seminare  confusione, scompiglio, malcontento, discordia.
Fra di loro si distingueva Samaro, un bambino introverso, timido, molto educato e disponibile, ma proprio per queste sue qualità veniva preso di mira da tutti.
Un giorno l’insegnante lo chiamò alla lavagna. Il bambino si alzò, fece alcuni passi, inciampò, cadde a terra, battè la testa  e …  perse i sensi.
Improvvisamente nella classe si fece silenzio, un silenzio troppo strano, anzi stranissimo.
La maestra si inginocchiò vicino a lui: lo chiamava, lo accarezzava, lo stimolava …  ma Samaro non rispondeva.
I compagni agitati fecero cerchio intorno a loro, qualcuno chiamò le altre insegnanti.
Qualcuno telefonò ai genitori, qualcun altro al 118.
L’ambulanza arrivò in men che non si dica e si portò via il compagno, ormai privo di sensi.
All’ospedale i medici non nascosero la gravità del caso: il bambino era in coma, al momento non si poteva intervenire, né emettere una diagnosi precisa. L’unico modo per aiutarlo era quello di stargli vicino e stimolarlo.
Gli amici preoccupati, angosciati e tormentati dal senso di colpa, si organizzarono, precisarono i turni  di assistenza e  si alternavano presso il suo lettino.
E gli parlavano dolcemente, lo accarezzavano, gli ricordavano i dispetti tramati alle sue spalle e …  gli chiedevano perdono tra le lacrime.
Ebbero anche il coraggio di scrivere  una lettera di scusa ai genitori di Samaro, i quali  commossi per il gesto di solidarietà della classe  non ebbero alcuna esitazione a perdonare  e a tranquillizzare i ragazzi.
Passavano i giorni e il compagno  non dava segni di ripresa.
I ragazzi non demordevano, continuavano instancabili e fiduciosi  i loro turni di assistenza, si incontravano anche al di fuori dell’ospedale e della scuola per parlare, parlare, parlare di Samaro, della sua famiglia, delle loro preoccupazioni, delle maestre e… dei loro comportamenti.
Un giorno, mentre erano concentrati nel compito in classe, entrò la bidella come un baleno e concitata  comunicò quanto tutti speravano e aspettavano con trepidazione: Samaro era uscito dal coma e aveva chiesto degli amici di scuola.
A quella notizia ci fu un’esplosione di “urrà!”:  i ragazzi   piangevano, ridevano, farfugliavano,
e . . . si ritrovarono in un unico, caloroso, fraterno abbraccio.

Quinta Elementare – Perano (Ch)


3º PREMIO RACCONTO GIOVANI

STORIA DI UN’ AMICIZIA
                        
Alcuni anni fa, viveva a Perano una bambina di sette anni, di nome Sara, figlia di un noto cuoco.
Suo padre era talmente bravo a cucinare che venne assunto a lavorare in un famoso ristorante alle porte di Parigi. Lui era molto contento di essere stato chiamato in un locale così prestigioso; Sara, invece, era triste perché non voleva lasciare le sue amiche.
Sara piangeva e faceva una montagna di capricci. Chiese persino ai suoi genitori di lasciarla a Perano con i nonni.
Il suo papà allora le spiegò che questa volta non sarebbe stato via solo per pochi mesi come era già accaduto altre volte ma doveva trasferirsi per sempre in Francia, perciò lei e la mamma dovevano andare con lui. Suo malgrado, la bambina dovette assecondare la esigenze della sua famiglia.
Andarono a vivere a Chatillon, un paesino vicino Parigi; era un quartiere grazioso, con molti spazi verdi. Le case erano villette colorate. La loro era gialla e si trovava proprio vicino alla scuola elementare. Di fronte c’era un enorme parco giochi. Era davvero un bel posto ma Sara si sentiva sola e spaesata.
Il primo giorno nella sua nuova scuola fu terribile! Poiché Sara non sapeva neanche una parola in francese, le misero un interprete. Ogni cosa che diceva o che le comunicavano doveva essere tradotta e ci volle quasi mezz’ora solo per le presentazioni! Lei solitamente non era una bambina timida, ma questa situazione la faceva sentire a disagio.
Passò una settimana…Sara era sempre più triste. Sembrava proprio non riuscisse ad adattarsi a tutte quelle “erre mosce” ! I suoi genitori la rincuoravano dicendole che all’inizio era difficile anche per loro, ma che presto avrebbe imparato la nuova lingua. L’unica cosa che le sollevava un po’ il morale era il bellissimo parco giochi che aveva vicino casa. Era per lei un immenso prato verde dove andare a canticchiare le canzoni.. in italiano!
Tutti i pomeriggi, all’ora della merenda, Sara era lì e tra un biscottino e l’altro, cantava le sue canzoni preferite. Un giorno, mentre lentamente si dondolava sull’altalena, le si avvicinò un cagnolino affamato, attirato dall’odore dei biscotti. Si avvicinò alla bimba tutto tremante e si mise a mangiare le briciole cadute a terra. Sara osservò incuriosita quel cucciolo. Sembrava un dalmata ma non era bianco. Il suo manto marrone con macchioline nere lo faceva assomigliare più ad un incrocio tra un dalmata e.. un vasetto di nutella!
La bimba provò ad avvicinarsi per accarezzarlo ma lui impaurito scappò via.
Il giorno seguente, quando Sara andò a far merenda nel parco, trovò il cane vicino l’altalena. Lei per non spaventarlo si mosse lentamente, poggiò un biscottino a terra e … questa volta il cucciolo, capito che la bambina non era cattiva, si fece accarezzare e cominciarono a giocare insieme. Il cagnolino la seguiva scodinzolando e Sara sorrideva felice. Anche il cucciolo era contento per il trattamento che riceveva da Sara. Lui purtroppo era rimasto solo, perché il suo padrone, che era un uomo senza cuore, allevava i cani di razza solo per venderli al migliore offerente, così vedendolo con il manto marrone non aveva esitato ad abbandonarlo senza farsi scrupoli per la sua sorte. Per fortuna aveva incontrato Sara! Passarono alcuni giorni e tutti i pomeriggi la bimba si tratteneva ore ed ore nel parco con il suo compagno di giochi a quattro zampe, correndo, cantando e mangiando deliziosi dolcetti!Un giorno Sara disse al cucciolo: “ anche se sei un cagnolino, vuoi essere mio amico? Io qui ho pochi amici con cui giocare perché non so parlare francese, ma tu mi comprendi ugualmente, vero? Sei un cucciolo così grazioso… Ecco! Ti chiamerò Jolie!”- Il cane scodinzolò. Sembrava voler dire : “mi piace!”
Quella sera stessa la bambina chiese ai suoi genitori il permesso per poter tenere con sé il cagnolino. I genitori acconsentirono e da quel momento Sara e Jolie si sentirono meno soli.


Prima Elementare – Perano



PREMIO SPECIALE RACCONTO GIOVANI

UNA NUOVA AMICA GIAPPONESE.

Un giorno, nell’aula dei bambini della classe terza, arriva una nuova bambina. La maestra, dopo averla salutata, la presenta ai bambini della classe dicendo che si chiama Naki e che viene da un paese lontano, il Giappone.
Naki, molto imbarazzata, va subito a sedersi in un banco dove c’è  un posto libero. Durante la lezione i compagni vedono subito che la nuova arrivata scrive in un modo strano e Oscar, il più grande della classe, esclama: << Guardate, Naki non sa scrivere, fa solo scarabocchi! >>.La maestra rimprovera Oscar e spiega a tutta la classe che Naki non sta facendo scarabocchi, ma sta scrivendo utilizzando la scrittura giapponese che è diversa da quella che usano loro.
Durante la ricreazione i bambini la prendono in giro perché non sa scrivere, non sa parlare bene ed ha addirittura gli occhi strani. Naki scoppia a piangere.
Giovannino, il bambino che tutti prendono in giro perché è molto timido e piccolino, si accorge che Naki sta piangendo, le va subito vicino e le dice: << Non piangere loro fanno sempre così, se vuoi puoi diventare mia amica, anche a me prendono sempre in giro perché non sono molto bravo a scuola e anche perché sono piccolino! >>. Naki smette di piangere e sorride a Giovannino.
Da quel giorno Naki e Giovannino stanno sempre insieme, lei ha imparato a parlare meglio l’italiano e lui è diventato perfino più bravo a scuola; i compagni adesso non li prendono più in giro, li rispettano e sono diventati addirittura tutti loro buoni amici.


Terza C Elementare – Piana la Fara - Atessa (Ch)



1º PREMIO POESIA ADULTI

A MIA MADRE

Non vedo più nuvole rosa in cielo,
il tuo volto sereno nel sole,
il tuo sorriso allegro nel mattino;
il vuoto ha preso il posto dell’amore.
Il gelo di un incurabile rimpianto
logora il mio tempo.

Cercar tra le onde dei ricordi
il suono caldo delle tue parole,
vederti in ogni sguardo,
averti solo in sogno
e perderti al risveglio.
Il più sublime degli affetti
cede ad un crudele inganno;
la felicità di un attimo
e poi la dura prova
e l’infinito dolor dell’abbandono.

Libera da ogni peso
vorrei venirti incontro
prenderti per mano
e ritornare indietro
lungo il cammino incerto della speranza,
della dolcezza di una complicità senza parole
che va al di là del tatto
e resta nella mente
come un eterno soffio,
come invisibil forza,
che fa sbocciare un fiore, volare una farfalla, illuminare il giorno.

….. poi viene il vento gelido dell’alba
con lacrime di ghiaccio.

      
Emma Rabino Massa – Torino (To)


2° PREMIO POESIA ADULTI
SFOGLIANDO I RICORDI

Sfoglio i ricordi
in questo giorno d'setate.
Profumo di antico, di polvere
nella scatola di latta
tra album consunti
e foto sbiadite.
Sorridi nel gruppo festoso..
E ancora mi abbracci,
mi tieni per mano.
Sembra ieri.
Ripercorro a ritroso
la nostra vita.
Bacio la tua immagine cara.
Scende piano una lacrima,
Mamma,
sfogliando i ricordi


Leda Panzone Natale – Pescara



3º PREMIO POESIA ADULTI

NOI DUE, ETERNAMENTE NELL’IMMENSO AMORE

All’alba, splendida, di luglio seduta sulla battigia
narrai al mare, narrai al cielo, narrai al tempo…
la più dolce Poesia:
- La nostra stupenda storia d’amore -.
Fisso il mio sguardo all’orizzonte,
al primo chiarore dell’aurora.
Fisso il mio sguardo al disco di fuoco
che emergeva dall’onde irrorando il dì.
Scintillii di luci: simili a gocce di perle sull’acqua.
L’incanto del momento mi rapì
riconducendomi a ritroso nel tempo…..
Rivivo, l’arco della nostra vita
luminoso, stupendamente limpido
colmo di passione e di ardore.
Quanti ricordi nel balenïo della mia mente!.......

Noi due,
uniti nell’immenso amore.
Due anime
narrano all’unisono:
la più bella Poesia d’amore.
Due anime
danno vita
alla Poesia vera e palpitante.

Eravamo due fanciulli esuberanti,
due cuori in sintonia, un’anima sola
per tutta la vita, hanno narrato
una melodiosa Poesia
che ancor oggi,
canta
il limpido sconfinato Amore,
ai figli, ai nipoti,  rapiti, ad ascoltarla.



Elisabetta Mastromattei Merlonetti – Pescara (Pe)

PREMIO SPECIALE POESIA ADULTI

L’ANIMA NEGLI OCCHI

Spiaggia deserta …
ombrelloni abbandonati.
Cammino
sulla sabbia umida.
Respiro il silenzio
del mare.
Sugli scogli,
come un grande
gabbiano,
c’è una suora vestita
di bianco.
È un’apparizione!
Il suo volto nero
mi parla di mondi
lontani,
di grandi foreste
che svettano
verso il cielo.
La rossa croce
sul petto
ricorda la Passione
di Cristo
al quale ha dedicato
la sua vita.
Ha un libro fra le mani.
Prega in silenzio
sotto il sole splendente.
Alza il capo …
i suoi occhi neri
si fissano nei miei:
è uno sguardo
intenso
che mi sconvolge …
capta la mia anima
la trascina con sé …
dentro di sé.
Il mare brilla
indifferente
ai raggi del sole.
Le nostre anime
volano lontano
verso l’infinito
mentre una poesia
d’amore universale
ci avvince
come una dolce
melodia.
Luciana Piccirilli Profena – Pescara (Pe)

PREMIO SPECIALE POESIA ADULTI

COCCOLE

Pasticca alla mentuccia,
m’adopro per chetar la stizza in gola,
il cuscino pronto a soffocarne il chiasso.
Accanto a me, la vita.
Sospeso nel silenzio
respiro il suo respiro,
fino a capir che docile riposa.
Allora, e solo allora,
repressa la carezza,
con fili d’una ciocca
inseguo tenerezze.
M’inebrio,
ma così tanto che m’avverte
e dolce si dischiude in un sorriso.
Mi cerca;
solo dopo il nascondino ci troviamo:
le mani strette, sotto l’imbottita.
Il buio ha gli occhi d’una gatta
che luce lenta sfuma piano piano;
porta via le delizie della notte
su un alto volo di gabbiani:
l’aroma del caffè... è pan con olio:
ancor prima d’assaggiarlo
mimiamo un sì sfregando...
naso contro naso, fronte sulla fronte.


















Raffaele Trivelli – Pescara (Pe)
                       


1º PREMIO POESIA GIOVANI

SOLO PER TE
Per Piero

Le piccole gocce
Cadono dal cielo
E tu sei lì
Non importa come
Ma tu sei lì
Attimi brevi ma intensi
Un anno insieme
Una vita troppo crudele
Ti spinge a volare

Le piccole gocce
Ora, cadono dai miei occhi
E tu non sei lì
Non importa come
Ma tu non sei più lì
Troppo fragile e debole
Per volare

E’ bastato un sasso

Più grande

Non è facile
Da superare:
Ti ha tirato
In basso
Non è facile
Da raccontare:
Ti ha tolto
Le parole
Non è facile
Da dimenticare:
Ti ha lasciato
Volare

Solo per te
Perfezione apparente
Tra anima e corpo
Resto immobile
Mentre vai via
Ti dico “Ti amo!”
E ti fisso
Per l’ultimo

Bacio



Leporati Claudia – Rosciano (Pe)

2º PREMIO EX-AEQUO POESIA GIOVANI
                                           
IL TUO OROLOGIO

Vorrei essere il tuo orologio,
Per programmare il tuo tempo.

Per svegliarti di mattina
Con un dolce suono.

Per starti vicino

In ogni momento della giornata.

Per fermarmi
Quando mi guardi.

Per godere sempre
dello spettacolo del tuo viso,
paesaggio senza frontiere dei miei sogni.

Per sentire con te di sera
Il profumo delle stelle.
E per rivederti dal tuo comodino
In quella più splendente.

Pulcini Giada – Morro D’Oro (Te)


2º PREMIO EX-AEQUO POESIA GIOVANI

RITORNO ALLA VITA

Un nido costruito a fatica
una dolce attesa
la nascita dei miei passerotti.
Sono felice, un’aurora vestita di luce.

I miei piccoli, teneri, indifesi, amorevoli
li nutro, li proteggo, li coccolo
li riscaldo col mio amore.
Ho un’anima io.

Voci che si avvicinano, risate minacciose
ragazzacci che mi catturano.
No! Non portatemi via!
Hanno cuori di pietra loro.

Dove sono? Cosa mi succede?
Sbarre di metallo
pensieri inquieti, cuore infranto.
Sono triste, un fuoco senza fiamma.

Una voce carezzevole, una mano amica
mi prende, condivide la mia angoscia.
E’ una madre come me. Mi libera.
Ha un’anima lei.

La mia anima
la sua anima
contro i loro cuori di pietra:
un incontro, il ritorno alla vita.


Quarta Elementare – Piane d’Archi (Ch)

2º PREMIO EX-AEQUO POESIA GIOVANI

VIAGGIO SULLE ALI DEL TEMPO

Ho viaggiato sulle ali del tempo, insieme al vento,
percorrendo l’intero firmamento.
Le stelle avevano parvenze diverse:
alcune sembravano vive, altre parevan perse.
Ho visto una stella di gioia vestita,
un’altra da cui la felicità era svanita.
Ognuna ha voluto donarmi un suo vestito,
io l’ho accolto, anche se non sempre l’ho gradito.
I doni vanno ogni volta accettati,
pure se non son proprio desiderati.
Una mi donò incertezza e titubanza,
un’altra, invece, la poesia di una dolce fragranza.
C’era chi mi offrì paura e tristezza,
chi il magico tocco di una dolce carezza.
Tra innumerevoli doni belli e brutti,
i miei pensieri si arricchivano di frutti.

Io, intanto col tempo continuavo a volare

e mi vestivo di successi e insuccessi senza fiatare.
I vestiti mi rendevan contento e scontento,
alle volte mi donavan gioia, altre volte spavento.
Il tempo tesseva la sua tela di vittorie e sconfitte,
di incertezze e sicurezze, di luci e di ombre fitte.
I miei vestiti avevan un’anima di diversa fattura,
l’uno si contrapponeva all’altro come una iattura.
Io, alle volte, mi soffermavo a pensare,
ero smarrito, non sapevo cosa fare.
D’un tratto il tempo s’arrestò e abbracciai la vita,
il mio era stato un viaggio o una semplice gita?
So soltanto che più ricco era il mio cuore:
tra il bene e il male era sbocciato amore,
coi versi più belli era nata una poesia,
che rendeva luccicante la mia via.





Terza Elementare – Piane d’Archi (Ch)


1º PREMIO FIABA ADULTI

UNA GIORNATA DA RE

C’era una volta, tanti anni orsono nel mondo di Fiabilandia, un piccolo regno chiamato Poveropoli.
Era stato denominato così perché non aveva né miniere d’oro né pozzi di petrolio e gli abitanti vivevano con il lavoro dei campi e il ricavato del taglio della legna.
Il  buon re e la regina di Poveropoli si volevano veramente bene e non litigavano mai. I sudditi si rallegravano nel vedere come le loro due anime erano unite e speravano che presto il palazzo reale  sarebbe stato allietato dalla poesia della nascita di un bimbo. .
Ma il tempo passava senza che accadesse niente di nuovo.
“Chi comanderà il regno alla mia morte? “- si domandava spesso il re e il non sapere dare una risposta alla sua domanda lo faceva rattristare molto.
 Temeva che, finita la  dinastia,  i capi dei  regni confinanti  avrebbero mosso i loro eserciti per conquistare quella terra e i suoi bravi sudditi si sarebbero trovati, senza volerlo, nel mezzo di una guerra.
E si sa come sono brutte le guerre, portano sempre come conseguenza morte, fame e pianto, qualunque sia la causa che le provochi, giusta o sbagliata.  
Anche la regina spesso piangeva e il re si addolorava nel vederla così triste, continuando così, si  sarebbe presto ammalata.
Un giorno giunse notizia nel reame che sulla cima di una montagna, ai confini del regno, era andata ad abitare una fata buona che, per alcuni errori commessi nella pratica della  professione, era stata allontanata dal regno dove abitavano le altre fate sue sorelle.
Il re decise di andare a trovarla nella speranza che potesse aiutarlo a risolvere il suo problema.
Le mandò un aquilone con un messaggio  che le augurava, a nome di tutto il reame,  un buon soggiorno nella sua nuova dimora e,  contemporaneamente, chiese di essere ricevuto per poterle esporre un problema  la cui risoluzione gli stava molto a cuore.
Ricevuta  una  risposta affermativa alla sua richiesta, si avviò, accompagnato soltanto da un  fedele servitore, verso l’abitazione della fata.
Il cammino era lungo e impervio e impiegò ad arrivare più di una settimana sfidando acquazzoni, neve e freddo. A tratti, preso dallo sconforto, gli era balenato in mente anche il pensiero di ritornare indietro nel calduccio del suo palazzo, ma l’idea di un piccolo bimbo da potere trastullare tra le sue braccia e quelle della regina, gli era stata sempre da sprone per farlo continuare ad andare avanti.
Giunto nella dimora della fata, trovò da parte di questa una buona accoglienza  e fu subito messo a 
 suo agio perché potesse esporre la ragione della visita.

Grimani Eugenia – Roma


2º PREMIO FIABA ADULTI

LA BELLA ADDORMENTATA


Una Principessina orientale era affranta, triste­ come tutte le giovani nobili delle favole

Perché non riusciva a trovare l'amore.
Tornei cavallereschi, feste sontuose,
Viaggi fantasmagorici, invocazioni alla Provvidenza:
Tutto era fatuo e la mestizia, l'afflizione Aumentavano a dismisura.
A l'ora del risveglio, un giorno, da una fessura Della finestra non ben chiusa,
Un raggio di sole le baciò la fronte. Quella luce antitetica al buio dei pensieri, Quel benefico calore contrastante la Freddezza dell'animo, furono una sferzata Così potente, così energica che cambiarono Radicalmente l'umore della Principessina
La quale, raggiante, scopri di aver, finalmente, Trovato l'amore nel "SOLE".
Aprì le imposte e si sentì completamente Abbracciare, letteralmente invadere Da quel possente Dio che squarcia le Tenebre dell'Universo.
IL SOLE, però, viaggiava senza mai fermarsi
E per molte ore andava a nascondersi. La Principessina decise, così, di seguire
II suo sposo e si mise a camminare, camminare, senza mai riposarsi pur di non perdere mai Quell'amplesso benefico.
Durante quell'eterno cammino incontrò ORIONE, il quale, narrandole di come il Sole Gli fece riacquistare la vista, riempiendogli Le orbite che Enopione aveva vuotate, Le magnificò la possanza del Dio. E incontrò Marte e Venere,
Che le narrarono come fu il Sole
- "Che vede tutto"- per far dispetto al Vulcano a svelare al Mondo
Che loro erano amanti.
In verità la Principessina
Voleva viaggiare sul carro del Dio Ed accarezzare i cavalli
Che sprigionavano fiamme
Dalle narici, ma le fu impedito,
Se mi ami, disse il SOLE, seguimi a piedi: Oh romantica fiabesca incoerenza! La fanciulla ormai era stanza Anche se felice: Riflettette su come Orione fu trasformato In Costellazione -- benedette metamorfosi risolutrici ­Ed una sera, sì sdraiò sul "Gran Sasso" E si addormentò per essere trasformata In Roccia. Da allora segue il viaggio del suo amore Ogni giorno e, di notte,
Crea laghetti, ruscelli, fiumiciattoli e fiumi .Con le sue lacrime.


Scudieri Angelo – Pescara


3º PREMIO FIABA ADULTI

RUGGIERO E BEATRICE

C’era una volta,in un regno lontano lontano,un re e una regina molto buoni,che non potevano avere figli. Dopo tanti anni di matrimonio,finalmente,la regina diede alla luce un erede,di nome Ruggiero,dai capelli biondi e gli occhi azzurri. I genitori lo amavano tanto,lo viziavano e spesso il padre lo addestrava all’arte militare. Gli anni passavano,e Ruggiero cresceva sano,forte e sempre più desideroso di combattere. Un brutto giorno il re si ammalò,e nonostante le cure,morì. Durante una notte la regina,fu fatta prigioniera,da alcuni uomini,che volevano impossessarsi del suo regno,e che indossavano un mantello nero e una preziosa spilla raffigurante un drago rosso. Il mattino seguente il figlio,non trovando la madre,chiese notizie alla servitù,ma nessuno seppe dirgli dove fosse,allora decise di recarsi in camera ma non la trovò. Uscendo dalla stanza vide,sulla soglia della porta,brillare un oggetto. Incuriosito lo raccolse e immediatamente riconobbe lo stemma appartenente al regno del Drago Rosso. Capì che la regina era stata rapita e subito partì alla sua ricerca. Il villaggio del Drago distava tanti giorni di galoppo. Così il principe attraversò numerosi boschi,sentieri,fino a quando,stanco e frastornato incontrò una capanna dove decise di trascorrere la notte. Nel frattempo,il mago del Drago Rosso osservava attentamente il principe,attraverso la sua sfera magica,preoccupato,di un suo immediato e futuro arrivo;allora per impedirgli di raggiungere il villaggio,preparò una polvere magica,e si avviò verso la capanna. Arrivato,trovò il principe addormentato e subito soffiò sul suo viso la pozione. Al mattino Ruggiero si svegliò e non ricordava nulla nemmeno perché si trovava in quel luogo. Frastornato seguitò a percorrere il sentiero fino a quando incontrò una giovane fanciulla dai capelli lunghi e gli occhi scuri. Il principe rimase subito folgorato dalla sua bellezza così decise di scendere dal cavallo per chiedere aiuto. La fanciulla,di nome Beatrice,avendo capito che il giovane aveva perso la memoria,decise di ospitarlo nel suo villaggio. E fu proprio dall’incontro di queste due anime che nacque una splendida storia d’amore. I giorni passavano e i due giovani erano sempre innamorati. Una brutta sera,mentre Ruggiero passeggiava per raccogliere fiori per la sua amata,notò un soldato vestito con un mantello nero ed una spilla con un drago rosso. Alla vista di ciò cominciò improvvisamente a ricordare chi era,da dove veniva e per quale ragione si era allontanato dal suo regno. Inferocito estrasse la spada e si scagliò contro il soldato ferendolo a morte. Subito iniziò a cercare la madre in ogni luogo,invano,fino a quando non entrò in una vecchia abitazione dove viveva un’anziana signora,che appena lo vide gli donò un talismano che lo aiutasse nella ricerca. Tornato al castello,spiegò alla fanciulla di aver riacquistato la memoria e la situazione in cui si trovava. La principessa non sapeva come aiutarlo,così Ruggiero,pensando che mentiva,si allontanò da lei. Di notte il talismano si illuminò mostrandogli dove si trovava la madre. Il luogo che vide era freddo,buio,sotterraneo e la donna piangeva disperatamente. Una magica voce gli rivelò il nome del rapitore:era lo zio della principessa Beatrice:il perfido mago Zullack. Ruggiero capì che si poteva trattare delle segrete del castello;corse quindi dalla principessa,avendo capito che non mentiva,per chiederle aiuto e perdono. Insieme si recarono nelle segrete del castello,prestando molta attenzione a non svegliare il guardiano:il mostruoso Drago Rosso. Ma non fu così perché il perfido Zullack apparso alle spalle del principe,pronunciò una formula magica che svegliò il drago inferocito. Ruggiero rischiò di essere sbranato,ma grazie all’aiuto dell’unico pugnale in grado di uccidere il feroce drago,donatogli dalla principessa,riuscì ad infilzare il cuore del drago. Allora Zullack sfidò Ruggiero,ma durante il combattimento urtò una leva che aprì la fossa dei coccodrilli,posta sotto di lui,cadde e fu sbranato. Senza più ostacoli,i due giovani,raggiunsero la regina e la portarono in salvo. Saliti al castello,Ruggiero e Beatrice,confessarono il loro amore annunciando le loro prossime nozze. Dopo un mese di preparativi si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.


Peracchia Laura – Notaresco (Te)

PREMIO SPECIALE FIABA ADULTI

IO E IL MULO

C’era una volta un mulo, stanco di tutto, persino di essere un mulo!
Non sopportava più le irritanti risatine degli asini, né i grossolani nitriti dei cavalli, che inevitabilmente udiva al suo passare.
Egli infatti non sapeva chi fosse: la sua vera essenza si celava in uno specchio.
Certo, non ci sarebbe stato nessun problema se si fosse potuto specchiare, ma, ahimè, nel Regno della Certezza, solo l’immagine di chi fosse veramente cosciente di sé poteva riflettersi.
Così, eternamente dubbioso, a volte credeva  di essere un asino, a volte un cavallo, senza mai  giungere alla piena consapevolezza.
Un giorno, mentre placava la sete lungo il corso di un fiumiciattolo, gli parve di vedere qualcosa nell’acqua cristallina: vi erano due muli!
Uno era magro(anche troppo!), si ergeva sicuro sugli zoccoli anteriori e fieramente poneva lo sguardo al nulla, come i dotti di ogni tempo che, sicuri del loro pensiero accuratamente elaborato, erano convinti di poter fermare la conoscenza là dove si era momentaneamente sopita: il suo nome era Ragione.
L’altro aveva l’addome rigonfio, gli occhi, cerchiati e iniettati di sangue, lasciati senza guida alcuna; riusciva a malapena a ergersi sulle quattro zampe  come, rammentava a se stesso il mulo, quegli ubriaconi che a volte aveva visto nei pressi delle osterie rovinare a terra come sassi, emettendo indecifrabili suoni rochi, misti ad un continuo blaterare vagamente melodioso: il suo nome era Istinto.
-Chi siete?- chiese perplesso, e alquanto impaurito, il mulo.
-Noi siamo te, tu sei noi.- risposero entrambi tra qualche emissione brusca e rumorosa di Istinto.
-E questo cosa vorrebbe dire?-continuò il mulo.
Allora il più composto dei due cominciò:”Noi siamo il dualismo inscindibile, gli opposti della tua essenza: io sono Ragione, lui è Istinto.
La nostra è natura di uno solo, ma a causa tua siamo costretti a non essere cosa sola, bensì doppia, senza mai trovare soluzione.
Trova te stesso: sarai altrimenti condannato all’infelicità, e noi con te”.
-Ma come?!- chiese ansioso.
- Nel lontano, e a te sconosciuto, Regno della Tua Mente si trova uno specchio, abilmente nascosto all’occhio di chi non vede se stesso: lì troverai le risposte che cerchi – assicurò di rimando, mentre Istinto rumoreggiava roco.
-Come lo raggiungo?-
Ancora rumori.
-Batti tre volte la testa contro la nuda pietra di questa montagna: presto o tardi otterrai ciò che chiedi.
Ricordati! Non indugiare: batti più volte la testa, se necessario- disse. Poi, bisbigliando sommessamente a Istinto, mormorò: ”Questa è la volta buona: o crepa o trova se stesso!”.
Svanirono entrambi, con subitanea celerità, tra gli aspri boati di approvazione di Istinto e l'ammiccare complice di Ragione.
Perplesso, ma deciso, il mulo si diresse allora verso la montagna e, dopo aver scelto un grosso macigno, vi batté tre volte la testa.
Non succedendo nulla, continuò per altre sette volte,  fin quando, esausto, si stese a terra ansimante:cosa era andato storto?
Aveva fatto come Ragione aveva disposto: e allora?
Così pensando, fu vinto dalla fatica e, cadendo in un sonno incantato, si addormentò.
Era forse sufficiente addormentarsi per raggiungere la Sua Mente?
Ma allora perché - si domandò nuovamente il mulo - Ragione e Istinto gli avevano consigliato diversamente?Che gli avessero giocato uno scherzo?
Era un'ipotesi che non suonava poi così inverosimile al mulo.
“Non importa!” disse a se stesso l’animale.
E infatti l’importante era aver raggiunto lo scopo.
Era difficile muoversi nel caotico vorticare dei pensieri.
Tanto più che il mulo si rese conto di non aver partorito pensieri molto puliti e schietti durante gli ultimi anni: e sì!
C’erano davvero troppe cavalle, oltre che cavilli, nella sua testa!
Non poteva certo dimenticare quella volta all'Osteria del Tuono: quanti piacevoli suoni e pudichi odori aveva sentito dirompere in armonie, se  poco sopportabili, non meno dispettose di quelle che era solito improvvisare il padrone della fattoria.
Nondimeno ricordava quelle rumoreggianti, fervide espressioni mattutine della eterea  moglie del fattore, donna copiosa,  se non in tutto, almeno in quelle singolari manifestazioni.
E poi, come lasciar fuggire dalla mente i soprusi, le angherie, le petizioni di principio di quei superbi che da sempre, come cavallette in Egitto, numerosi funestano la vita dell'essere schivo e diverso?
Ma certo la vita non è solo questo: è anche amore......oh! Che fortuna!
Che alba sarebbe stata la giovinezza senza l'amore?!Certamente gravosa attesa del tramonto.
Ma che strana parola è poi questa, adoperata dagli uni e dagli altri con significati sempre diversi, e per lo più di relativa estensione?
Sicuramente di facile utilizzo e di relativa comprensione.
Ma, in fondo, perché preoccuparsi di queste cose: le cavalle sono cavalle, i muli sono  muli, e andava bene così, al mulo.
Senonché egli non sapeva di essere un mulo: come accettare, dunque, una condizione senza conoscerne il perché?
Per il resto si sa: la carne è debole, e come biasimarla? E' anche caduca.
Tra tutte le cavalcate fatte, quella più memorabile era stata certamente con una cavalla araba dal manto nero: chissà il suo Orlando quanto avrà scalpitato!
Poneva altrove la mente, quando il saettio di un pensiero, leggero e piano, gli intimò di salire, e con dolce violenza lo condusse.
Le speranze lo avrebbero abbandonato, quando, con improvvisa meraviglia, sbatté il muso là dove pareva impossibile che potesse succedere.
Massaggiandosi con vigore il naso, si rialzò e si interrogò sull’accaduto.
Dopo un lungo rimescolamento di pensieri, comprese che si doveva trattare dello specchio che così a lungo aveva cercato.
Questo cominciò,allora, a opacizzarsi  attorno a due figure distinte: un asino e un cavallo.
-Qui si cela la risposta,
 qui la tua natura,
 ma prima, straniero, rispondi alla nostra domanda:
 qual è la tua essenza? Di asino o di cavallo?- dissero a una voce.
Il cavallo ostentava un'indisponente spavalderia.
-Riduci la presunzione, o spavaldo,
che essa a nulla ti serve per andar coll'asino.-disse allora il mulo.
-Se pur questo è vero,
 a nulla ti serve rendermene noto.- rispose il cavallo, ma chinò il capo in segno di accettazione.
-Tu di noi sei figlio,
 e da noi prendi il sembiante
 sì che nessuno di noi in realtà sei,
 ma entrambi medesimi.-disse allora l'asino, chinando anch'egli il capo senza proferir più parola.  
Il mulo pensò per interminabili istanti.
C’è chi dice abbia trascorso giorni e giorni, steso ai piedi della montagna, in attesa che i suoi pensieri prendessero la giusta direzione.
Quando finalmente rispose:”Sono un mulo!”.
-Ecco la tua natura, straniero!
 Né di asino,
 né di cavallo,
 bensì di mulo!
 Nessun figlio sarà mai tuo,
 ma, ahimé, è una condizione che ora sei pronto ad accettare!- dissero.
Allora scomparvero, lasciando  che lo specchio potesse finalmente riflettere il mulo.
Con enorme ansia si svegliò, e corse senza sosta fino al corso d’acqua per specchiarsi: l’acqua, di rimando, gli mostrò l’immagine di un mulo, cosciente di essere un mulo.
Finalmente poteva specchiarsi: cosa avrebbe fatto?
Probabilmente le stesse cose di prima: avrebbe condotto una vita da mulo.
E allora a cosa era servita tutta quella fatica?
A nulla.
Ma si sa, ottenere cose che non servono a nulla è l’unico obiettivo che consideriamo serio, noi muli.
                                                             
 * * *

La poesia è essenza delle cose: da sempre lo è stata .
In essa si cerca di isolare dal reale ciò che più consideriamo caro, con il semplice scopo di renderlo immobile e immutabile al continuo divenire dell'apparenza, o, meglio, di ciò che noi vogliamo sia considerato apparenza.
E lo consideriamo caro perché è entrato in relazione con noi, scontrandosi con la nostra anima.
La trattazione poetica trova se stessa solo nella sintesi: nello scontro è la sua vera ragion d'essere.
Non può esistere poesia senza che la si intenda come sintesi esasperata delle cose, come incontro tra due anime: l'amore è essenzialmente incontro tra due anime, dunque argomento largamente diffuso in poesia.
Ma la poesia può trattare di tutto, proprio perché tutto si incontra continuamente con noi e la sintesi che ne deriva è il mondo filtrato dal nostro io.
Possiamo affermare senza problemi che la poesia è sensazione, e dunque conoscenza.
Come il mulo non può essere felice senza conoscere la sua vera essenza, la sua natura,
così non può trovare pace il suo animo,diviso tra Ragione e Istinto, senza raggiungere l'unità, e cioè la sintesi tra Ragione e Istinto, dunque l'essenza vera.
A voi le conclusioni.

Candelori Alberto Sante – Roseto degli Abruzzi (Te)


1ºPREMIO FIABA GIOVANI

IL DOLCE CANTO DI LUCREZIA

C’era una volta, tanti e  tanti anni fa, una bellissima principessa di nome Lucrezia che viveva in una maestosa reggia con i suoi genitori. Il re e la regina l’adoravano, i sudditi la rispettavano e la servitù era onorata di servirla.
Tutti, ma proprio tutti, le volevano bene, d’altronde lei oltre ad essere veramente bella era soprattutto amorevole.
Aveva lunghi capelli biondi come l’oro, che morbidamente le cadevano sulle spalle, grandi occhi azzurri, tanto azzurri da sembrare dei pezzettini di cielo primaverile e una pelle rosea come le bambole di porcellana. Era praticamente perfetta, ma la sua vera bellezza consisteva nell’essere così dolce, buona e premurosa, tanto che era impossibile non affezionarsi a lei.
Inoltre chiunque era toccato dalla sua angelica voce, che dilettava ogni giorno i sudditi del regno.
Nella reggia le giornate trascorrevano serenamente e piano piano si avvicinava il giorno del suo sedicesimo compleanno tra il via vai generale dei preparativi.
Quel giorno Lucrezia era davvero meravigliosa nel suo bianco abito scintillante e tutti le si avvicinavano per darle gli auguri, quando d’improvviso andò via la luce e nel giro di pochi istanti scomparve anche Lucrezia.
La strega Ginevra, invidiosa della principessa, era riuscita ad entrare nel palazzo e con i suoi poteri magici l’aveva rapita, portandola in un rifugio segreto nel bosco, dove venne rinchiusa nella stanza più alta.
L’angoscia cadde come un macigno su tutto il regno: i sovrani distrutti si rinchiusero nella reggia, i sudditi non andavano più al palazzo e la servitù se ne andò.
Passarono i mesi, ma di Lucrezia nessuna notizia, tutto taceva aumentando lo sconforto generale del regno.
Anche la principessa era molto triste, continuamente assalita dalla nostalgia, che aumentava giorno dopo giorno. Per ingannare il tempo, era solita sedersi vicino alla finestra e cantare; quella voce così dolce ma anche triste richiamò tutti gli uccelli e tutti gli animali del bosco,ormai suoi unici amici. Di giorno in giorno il suo tono era sempre più mesto, tanto che gli animali non ce la facevano più a sentirla, rattristandosi a loro volta.
Ma un giorno il principe del regno vicino, Danilo, ignaro di tutto, mentre era impegnato in una battuta di caccia nel bosco, fu all’improvviso colpito da quello strano canto, un misto di dolcezza e tristezza che gli entrò nel cuore. Quindi lasciò perdere gli altri cavalieri e si fece trasportare da quella melodia. Dopo tanto vagare, arrivò davanti ad una vecchia cascina che sembrava abbandonata e scorse, tra le finestre più alte, un’ombra.
Si avvicinò per vedere meglio, quando ad un certo punto i suoi occhi si spalancarono nel vedere una fanciulla di così tanta bellezza. Cercò di attirare la sua attenzione con ogni mezzo, e finalmente i loro occhi s’incontrarono.
Il principe rimase folgorato dal suo fascino e con voce tremante disse:-
“O mia bella giovincella,
che i guardi dalla finestra di quella buia cella,
la tua voce mi ha guidato
e in sella al mio destriero sono arrivato;
ma vederti triste e sola,
il mio cuore sussulta in gola,
e per poterti liberare,
sfiderei persino il mare!”
-“Sono Lucrezia, la principessa Lucrezia, rinchiusa qui a causa del malvagio volere della strega Ginevra.” Rispose la giovane.
Proprio in quell’istante, come per magia tutti gli animali attorniarono Danilo e, dal basso della cascina, una coltre di nebbia  brillante avvolse tutto.
D’incanto il casolare scomparve e Lucrezia si ritrovò tra le braccia del suo principe che, prendendola sul suo cavallo, la riportò nella sua amata reggia, tra la gioia incontenibile di tutti.
Presto i due si sposarono e vissero felici e contenti in un bellissimo castello circondato da un favoloso giardino, che diventò dimora degli animali del bosco, e tutti furono nuovamente allietati dal gioioso e dolce canto della principessa Lucrezia.


Di Febbo Martina – Pineto (Te)


2º PREMIO FIABA GIOVANI

Oltre il mare:l'amore


C'erano una volta due regni perennemente in guerra tra loro. Da una parte vi era un re che aveva una figlia e dall'altra un re che aveva un figlio. I due eredi erano fortemente innamorati fin dalla notte dei tempi,ma entrambi sapevano di non potersi né vedere né parlare.
Questi due regni erano divisi da un grande mare,il più azzurro e il più grande e il principe e la principessa,per parlarsi,si scambiavano messaggi riposti all'interno di bottiglie che navigavano fino ad arrivare dall'altra parte.
Un giorno il re,padre della fanciulla,la vide buttare giù dalla finestra il messaggio indirizzato al principe,suo amato;furioso, chiamò la strega del regno affinché punisse i due giovincelli disobbedienti.
La maga cattiva ordì un maleficio affinché i due innamorati venissero trasformati in preziosi oggetti del mare:la principessa,bella e fine,in una rosea perla e il principe,forte e coraggioso,in un rosso corallo.
I due preziosi oggetti furono deposti all'interno della bottiglia con l'ultimo messaggio del principe alla principessa:
"Mia amata grande è il mare che ci separa ma di stessa grandezza è il nostro amore./Prometto e sono certo che questa guerra infinita cesserà così che noi finalmente saremo e resteremo uniti per sempre… II tuo amato"
La bottiglia navigò per anni e per secoli raggiungendo le rive del mondo,finché un giorno arrivò sulle coste della bella isola di Tima, dove viveva un povera fanciulla orfana dalla bellezza rara e dal cuore nobile. La ragazza era sola e l'unica cosa a cui teneva maggiormente era il mare,mondo dagli aspetti magici e cristallini.
Quella mattina ella si trovava sulle rive sabbiose,intenta ad osservare la nascita del sole e i suoi riflessi magici sull'acqua,quando vide,incagliata nel terreno,una bottiglia trasparente con all'interno un messaggio e due oggetti, Lesse il biglietto e raccolse la perla e il corallo. Non rifletté nemmeno un istante e fulmineamente gettò i due oggetti nell'acqua azzurra.
Sapeva che in quel momento aveva perso la ricchezza,ma il suo cuore aveva deciso così.
Dalle acque uscirono la bella principessa e il principe. I due innamorati finalmente si abbracciarono e si baciarono.
La fanciulla sbalordita rimase immobile e disse-Chi mai siete voi?E da dove venite?- i due risposero-Siamo due innamorati che sono stati maledetti da una strega maligna e trasformati in oggetti del mare,voi ci avete liberato e ve ne siamo molto grati. Per ringraziarvi vi doneremo il nostro magico carillon:aprendolo potrete esprimere tre desideri che sicuramente vi aiuteranno a far fronte a qualunque difficoltà incontrerete in futuro. Ecco a voi e ancora grazie-conclusero. Così facendo scomparvero sotto le profondità marine felici e innamorati.



Nardi Alessia – Pineto (Te)


3º PREMIO FIABA GIOVANI


AMICIZIA


C'era una volta una ragazza di nome Tristezza che voleva diventare a tutti i costi amica di Gioia e Amore, due ragazze che tra loro andavano molto d'accordo.
Tristezza, però, odiava Gioia, era molto gelosa del suo carattere, delle sue amicizie, e dell'amicizia che c'era tra le due ragazze.
Decise, allora, che le avrebbe fatto del male, così l'affetto di Amore sarebbe stato tutto per lei.
Preparò dei dolcetti avvelenati e dei dolcetti normali; diede ad Amore i dolcetti normali e a Gioia quelli avvelenati.
Ma Amore aveva capito le intenzioni di Tristezza e fece buttare via a Gioia i dolcetti e le diede metà dei suoi.
Allora la cattiva Tristezza mise un serpente velenoso nel letto di Gioia. Ma Amore fece dormire Gioia nel suo letto.
Allora Tristezza prese Gioia con l'inganno, promettendo di offrirle un gelato, la portò in un paese molto lontano chiamato Solitudine.
Amore non trovando più Gioia partì alla sua ricerca, chiese aiuto a tutti, animali e persone, giovani e vecchi, pietre e fiori, uomini, donne e bambini che incontrò per la via e, solo dopo tanto camminare, riuscì ad arrivare là dove c'era la sua amica.
Arrivò che Gioia era ormai allo stremo delle sue forze, tutta sola stava diventando triste e arrabbiata con tutti, e Amore riuscì con fatica a tirarla fuori dal paese Solitudine.
Poi le due amiche si abbracciarono piangendo di felicità.
In quel momento giunsero due principi, di un regno chiamato Amicizia, che commossi dall'amicizia e dall'affetto tra le due amiche, decisero di farle loro spose.
Gioie e Amore diventarono principesse e poi regine del regno Amicizia che durò in eterno.
Oggi il loro regno, Amicizia, splende appunto di Gioia e Amore, lontano da Solitudine e Tristezza.

Lamolinara Alessandra - Roseto (Te)

PREMIO SPECIALE FIABA GIOVANI

IL SOGNO PROFETICO

Il sole splendeva alto nel cielo, tappezzato qua e là da soffici ciuffi di nuvole che sembravano vagassero alla ricerca di un’emozione.
Sulla terra la ragazza con gli occhi a mandorla, svolgeva le sue attività giornaliere come quella di cucinare per i fratelli e genitori e accudire la casa.
Mentre il sole andava a nascondersi dietro i monti per far posto a sorella luna ed a un manto di stelle, la ragazza, stanchissima dopo una giornata di lavoro, andò a riposare e quella notte fece un sogno “profetico”.
Coricata nel suo letto, nella sua umile cameretta, sognò di incontrare presso il laghetto, vicino casa sua, un ragazzo con la pelle bianchissima, capelli biondi e con gli occhi azzurri, vestito in modo “strano”, cioè, non come i suoi amici del luogo. Il suo aspetto così “diverso” la fece indietreggiare e corse a nascondersi nel bosco vicino. Anche il ragazzo, appena la vide, la considerò “diversa” e anche lui scappò dalla parte opposta della ragazza. Ma la curiosità della ragazza ebbe la meglio sulla paura e, uscita dal suo nascondiglio, in modo guardingo, si avvicinò al luogo dov’era il ragazzo, che osservava con sguardo impaurito, il coraggioso avanzare della fanciulla.
Arrivò a pochi metri dal ragazzo e istintivamente allungò le proprie mani alla ricerca del contatto con le mani del giovane. Una ricerca di contatto per trasmettere la sua sincerità, la sua emozione, la sua amicizia, la sua sofferenza. Il ragazzo strinse le mani della ragazza, ma era come se fuggisse in un interminabile tunnel lontano dal suo prossimo. Eppure “stringere la mano” è il gesto più bello. Cerca conforto, chiede amicizia, dona sincerità.
Eppure in queste semplici parole scopriamo il volto della sofferenza di chi, pur ricevendo le mani degli altri, pur sentendo stringere le sue, non coglie in queste strette di mano la necessaria sincerità, ma coglie il rifiuto ad essere accettati nel modo in cui si è fatti, si vive, si soffre.
La ragazza avvertì tutto questo e un brivido le percorse la schiena, ma non si abbatté d’animo e con gli occhi colmi di speranza, accarezzò dolcemente le smunte guance del ragazzo.
A quel punto, lui riuscì a leggere l’invocazione d’aiuto. Era sola e la solitudine della ragazza era la sua solitudine. Erano due esseri tremendamente soli. Ora erano pronti ad ascoltarsi.
L’amicizia è un piccolo capolavoro che si innesta nel quadro della vita e non c’è storia più vera che quella scritta in due.
La mattina dopo, la ragazza si svegliò di buon ora e subito si accorse che era stato tutto un sogno, ma un bel sorriso abbelliva il suo volto. Un sogno “reale”, perché di giorno quel ragazzo lo sentiva sempre vicino a sé e questo le dava coraggio, illuminando il suo viso e soprattutto i suoi occhi e pensava che la giornata era di breve durata e che presto sarebbe arrivata la notte, ora in cui lei poteva andare a cercare il suo nuovo amico nei suoi sogni tra i ciuffi di nuvole.

Merlotti Marco – Pagliara di Morro d’ Oro (Te)






Daniela Paoloemilio
Perano (Chieti)



Sezione  Fiabe

2° Premio




PACE CON LA LUNA


C’era una volta, tanto tempo fa, in un posto lontano lontano, la luna. Era così bella, così splendente, così luminosa. Emanava un puro bagliore che, magicamente, avvolgeva tutto, rendendolo più pacifico, più silenzioso. La sua muta presenza illuminava le buie notti d’inverno e le brevi sere d’estate, e diffondeva uno strano tepore che dava un colore alla quiete. Era la silente spettatrice del mondo, delle gioie e delle tristezze, delle vittorie e delle sconfitte. Qualunque cosa succedesse lei ogni notte era lì, presente, luminosa ma anche tanto lontana. Spesso gli uomini si dimenticavano della sua presenza, per poi riscoprirla all’improvviso, unica, così chiara e siderale. Ogni notte osservava gli uomini, illuminava gli uomini, viveva con gli uomini. Sentiva con loro il sapore fresco della neve e il brivido delle brezze estive. Ascoltava con loro il frenetico ticchettio della pioggia che batteva veloce sulla terra e il flebile suono del vento che sciava sulle onde del mare. Era felice di far parte di questo mondo: il nostro. Osservava gli alberi, gli animali, gli uomini, la terra. E soprattutto, osservava lei.
La creatura che più di ogni altro voleva illuminare, la fanciulla che adorava.
Ogni sera la fanciulla si metteva lì, allungata nel suo letto, a guardare la luna, il cielo, le stelle. Restava così a lungo a scrutare quel mondo lontano di cui aveva nello stesso tempo paura. Ed era proprio lì nel cielo, che la fanciulla ritrovava l’affetto e l’immenso amore della mamma, ormai scomparsa. Una mamma che era custodita nei suoi ricordi e che lei desiderava fosse lassù, a brillare come la luna per illuminare le notti buie. Così la fanciulla si lasciava cullare da quel bagliore, e baciare, in un tenero abbraccio di luce. Lei era un angelo. Era Cindy.
La luna la osservava di notte, mentre dormiva, e sapeva che con la sua luce che penetrava dalla vetrata la faceva sentire al sicuro. Lo sapeva e ne era contenta. E anche Cindy, sotto il candido bagliore della luna, riusciva ad essere contenta, e a sorridere, consapevole di avere quella tacita amicizia, unica ed infinitamente bella.
Così i giorni nel villaggio di Blandfer, il villaggio di Cindy, passavano in fretta. La solita pace e la solita tranquillità di un tipico paesaggio di montagna: i sorrisi, le chiacchiere e le risate. Di sera la piazza formicolava di gente, e il cielo formicolava di stelle, compresa la luna. Cindy si sedeva sempre lì, la sera, sull’albero della piazza, stringendo forte tra le mani un regalo speciale, l’ultimo ricevuto dalla sua mamma: dei guanti. Erano, per Cindy, i guanti più belli al mondo, con il loro candido colore ed il loro tenero ricordo. Ogni volta che li indossava le sembrava di prendere per mano la sua mamma e di sentire il calore delle sue mani. Nessuno sapeva perché indossasse sempre quei guanti, e a Cindy piaceva custodire questo piccolo segreto. La fanciulla osservava ogni tanto il fuoco del falò nella piazza, con intorno feste e balli, ed il fumo che da lì saliva e raggiungeva il cielo. Poi aspettava che la piazza fosse vuota, muta come lo era la luna. Allora prendeva per mano l’unica amica che avesse, la fantasia, e cercava di volare in alto, come il fumo, per vedere da vicino cosa ci fosse lassù, in quel mondo lontano che tanto le piaceva. Poi alzava le mani per toccare il cielo e, quando vedeva che il colore dei suoi guanti si confondeva con quello della luna, era tanto contenta: la sua mamma era proprio lassù! La piccola Cimdy, solitaria, taciturna sognava così.
Un giorno, purtroppo, un triste e bruttissimo giorno, nacquero le guerre.
Nacquero sotto gli occhi di Cindy e della sua luna, di Blandfer e del mondo intero. Gli uomini iniziarono ad anteporre i propri desideri a quelli di tutti gli altri, senza pensare né amare. Così tutto si colorò di nero. Blandfer venne distrutto e solo qualche casa, compresa quella di Cindy, restò in piedi. La piazza, di sera, non formicolava più di gente, né diffondeva nell’aria il calore delle risate. Il gelo della guerra s’impadronì di tutto. Cindy non vedeva più i falò allegri delle brigate e il fumo che da quelli saliva nel cielo. Tutto ormai era avvolto solo dal fumo delle bombe, delle armi. E, nascosta dal fumo, una spettatrice silenziosa, ma presente ancora vigilava: la luna. Ovunque Cindy guardasse solo terrore e miseria, crudeltà e violenza. Non riusciva più a vederla, la sua luna, coperta dal fumo, e non riusciva a scovarla neppure con la fantasia, anche stando lì, sul suo ramo, con i suoi guanti e la sua immaginazione. La guerra c’era, era crudele, ma la fanciulla riusciva ancora a ritrovare la sua pace su quell’albero, cercando la luna con i suoi gesti e le sue tacite parole, perché lì la luna sarebbe tornata e lei l’aspettava. Quello era il posto dei suoi ricordi, dei suoi ricordi belli e ormai lontani. Grazie a quel ramo, Cindy dimenticava la guerra, non sol,o quella fuori, ma anche e soprattutto quella che si svolgeva dentro di lei, dove tutto ciò che di più bello si poteva custodire veniva a mano a mano soffocato. Davanti a tanta tristezza la luna perdeva la sua luce, sola in un cielo senza stelle, costretta a contemplare la tristezza per lei più grande: quella del suo angelo.
Una mattina di uno di quei tanti ed interminabili giorni, Cindy si svegliò e si recò in piazza. Durante il cammino sentì un forte boato. Un esplosione. Pianse, non aveva la forza di fare nient’altro, solo di piangere. La piazza non c’era più, distrutta da una bomba, e il suo albero, bruciato. In quell’istante andarono bruciati anche tutti i suoi ricordi e i suoi sorrisi, le sue sicurezze e le sue speranze, i suoi sogni. La luna non sarebbe più tornata: tutto perso in un attimo. Volato via come il vento, come già le era capitato di provare per la perdita della sua mamma. Quello fu l’ultimo giorno in cui Cindy vide Blandfer, o ciò che ne era rimasto. Ciò che rimaneva di quei monti, di quelle risate, di quei falò, di quei viaggi con la fantasia, di quella pace vecchia e lontana.
Cindy andò a vivere in città, una città molto ma molto lontana, lontana dalla sua vita, lontana dalla sua infanzia. Anche lì c’era la luna, ma era una luna con un bagliore pallido, spento. Cindy provò a fantasticare con lei, a smarrirsi in un sogno per dimenticare la propria tristezza, ma non le riuscì. La luna rimase così sola nel cielo, sola ed impaurita. La sua tenera bambina, a cui tutto era stato trasformato in un incubo, non riusciva più a sognare. Del suo angelo costretto a vivere in un inferno le rimanevano solo le lacrime ed un lontano ricordo.
Da allora la luna non vuole più guardare il mondo e mostra solo a volte il suo pallido volto, cercando di scorgere ancora la sua tenera Cindy, anche se sa che la guerra ruba, porta via ogni cosa e non restituisce niente. Se la luna non aveva abbandonato il cielo e lasciato gli uomini nelle più totali e tetre tenebre, era stato perché sola come lei su quella terra c’era il suo angelo, la sua unica speranza. Ma ora che ha perso Cindy e la sua speranza, la luna si nasconde tristemente nel buio dell’universo.
Cindy è cresciuta lontano dal suo paese ed è diventata adulta. E’ diventata una vera donna.
Ormai non ha più quella fantasia e quella voglia di sognare che da bambina le permettevano di volare. Quei guanti bianchi, quei magici guanti speciali, non le entrano più: sono diventati piccoli, e lei grande. Non può più prendere per mano la fantasia o farsi cullare dal bagliore della luna come un tempo. Può solo sperare di non essere dimenticata e di non dimenticare un’infanzia tanto breve quanto speciale, e di vedere un giorno la terra priva di tristezza e senza guerre. Purtroppo, però, gli uomini continuano a correre dietro ai propri desideri e ai propri piaceri, e nessuno considera che un giorno, in un posto lontano lontano, la luna potrebbe non esserci più, e la notte rimanere buia per sempre.


Sara Bianchi
 Silvi Marina  (Teramo)


Sezione Fiabe

3° Premio



TUTTE LE STELLE DEL CIELO

C’era una volta…
Ma non molto tempo fa, una bimba di nome Luisa. Viveva in una piccola casa di campagna insieme alla mamma, il babbo e il nonno.
Quando nelle serate d’estate, il caldo era insostenibile, lei e il nonno restavano volentieri fuori, in giardino, sotto l’albero del nespolo a rimirare ore e ore il cielo. Quante volte insieme avevano cercato di contare le stelle. Ma dopo un po’ smettevano, stanchi. Quante ce n’erano! E tutte così belle… Poi una sera – Nonno, perché le stelle sono così belle? – Chiese, senza distogliere lo sguardo dalla volta celeste – Le  stelle sono così belle perché sono stelle – rispose divertito il vecchio. Già, pensò Luisa, ma poi rise anche lei allegramente.
Il nonno le domandò: - Ma ti piacciono proprio tanto?  - Si – rispose  la bimba – Bene allora te le regalo – Tutte? – Chiese, meravigliata la piccola – Si – tutte le stelle del cielo. E tu quando sarai grande le donerai a chi amerai – Mi darà tanti baci? – domandò  timidamente Luisa, mentre il suo faccino si colorava di un leggero rossore – Tanti, tantissimi baci – rispose  serio il nonno.
Luisa si soffermò ancora a guardare il cielo, ma le voci della mamma e del papà che litigavano distolsero la sua attenzione. Si girò verso il nonno che fece finta di niente. Non era la prima volta che i suoi genitori bisticciavano. Da quando il babbo aveva perso il lavoro, era sempre tanto nervoso. Luisa ricordava con grande nostalgia suo papà tenero e gentile con lei e la mamma. Così come sembrava per la bimba un sogno, il ricordo della mamma gioiosa e sorridente.
Ad un tratto ebbe un idea.
- Nonno, la finestra della nostra casa è troppo piccola. Dentro non si riesce a vedere bene quello che c’è fuori. Il babbo strilla con la mamma quando non può vedere la pianta fiorita del nespolo, il verde del piccolo prato, l’azzurro del cielo. Se avesse la possibilità di osservare, quando è inquietato, tutte queste belle cose, sono sicura non urlerebbe più. -
Il nonno guardò la nipotina con stupore . Come poteva una bimba avere dei pensieri così delicati? Perciò con grande interesse le chiese: - Cosa si potrebbe fare, secondo te? –
- Vorrei che in casa ci fosse una finestra grande grande, una vetrata. Come quella che giorni fa ho visto sopra un giornale. Sono proprio sicura che la pace tornerebbe in famiglia - .
Intanto il tempo passava e il nonno ripensava spesso al desiderio di Luisa, anche perché vedeva la piccola sempre più triste e taciturna. – Luisa – le propose un giorno – Andresti un po’ dalla zia Giulia? – la bimba fece un salto di gioia, di corsa ci sarebbe andata, quanto spazio aveva in quella casa!
Poteva andare in bici, rincorrere Giobbe, il cagnolino della zia e giocare a palla come più le piaceva.
Quelle che seguirono, furono giornate veramente meravigliose. Quando fu l’ora del ritorno a casa sua, Luisa s’incupì. Voleva sì, rivedere la mamma. Il papà e il nonno, ma aveva il terrore delle voci alterate dei suoi genitori.
Scese con calma dalla macchina di zia Giulia e si diresse lentamente verso il cancello, ma… meraviglia! Al posto della piccola finestra adesso c’era una grande, bellisssima vetrata. Il vetro, una sottile e invisibile barriera, lasciava passare tanta, tanta luce. Questa fu la sensazione della piccola entrando in casa. Era come stare fuori nel giardino. Com’era felice Luisa!
Mentre la mamma stava terminando di lucidare la vetrata, accadde un fatto straordinario, il babbo che stava rincasando, si fermò al di là della grande finestra di fronte alla mamma, che nel frattempo, ferma, guardava il babbo con occhi di speranza, anche il papà aveva uno sguardo diverso: era dolce e sorridente.
Poi, all’improvviso, tutti e due corsero verso l’ingresso. Luisa li vide abbracciarsi e baciarsi. La bimba si allontanò piano piano per andare dal nonno che aveva visto tutta la scena. – Vedi, piccola – le disse accarezzandola – la pace è un bene prezioso, ma è molto, molto fragile. Fragile come una vetrata, basta un niente per frantumarla. Ci vuole tanto amore per costruirla o ricostruirla – Erano parole importanti, la bambina ne afferrò solo il senso, ma fece di sì con la testa.
Quella notte Luisa si addormentò felice e sognò chi, un giorno, avrebbe ricevuto in regalo tutte le stelle del cielo.
Un giorno….

Rosamaria Pasquini Lemme
 PESCARA




Ibrahim
 1° premio sezione racconti (anno 2010)
L’amaro in bocca
Da ragazzo aveva militato nel MSI, “er miss”, come si diceva a Roma. Lui all’Idea ci credeva ancora: parole come patria, famiglia, ardimento, fulgida fede o spirito indomito gli davano un certo batticuore e non poteva far a meno di commuoversi davanti ad una parata militare, un raduno di alpini e perfino un saggio ginnico. “L’omo, diceva, deve da crede ‘n quarche cosa, nun deve scordà er passato, quanno tutti ce rispettaveno”.Naturalmente intendeva dire l’uomo bianco e cristiano. No, l’ideale ariano non lo aveva mai convinto, bruno, basso e tarchiato com’era. E proprio perché era forte e largo i camerati lo mandavano sempre avanti quando c’era “da menà”. All’università, ai comizi della sinistra, alle sedi dei partiti rossi.“A forza de menà na vorta m’hanno puro messo dentro sti fiji de mignotta”, raccontava fiero di sé. Adesso che era vecchio e arrabbiato non ci poteva credere che: “Er miss nun ce stà più. L’hanno  distrutto ‘sti quattro froci”, diceva.“Papà adesso è diventato un partito rispettabile, sta pure al governo”, rispondeva Duilio, il figlio maggiore. “ Ma io pe nun  sapé né legge e né scrive er voto lo do a Rauti mica a quell’artri!”, diceva. Ma quando ci fu la fusione dei due maggiori partiti della destra, non ci vide più: “Adesso dovemo pure leccà  er culo a ‘sto pezzo de m. de milanese. Nun ce se pò crede, ‘sti farabbutti…”.
Questi discorsi li faceva in genere al bar Benito sulla piazza del municipio della cittadina sul litorale pontino dove abitava da quando era in pensione. Li faceva con gli amici che votavano Rauti come lui, e come lui non sopportavano né i rossi né gli stranieri né i gay e tifavano tutti per la Lazio.
Vedovo da alcuni anni, coi due figli maschi che lavoravano a Roma, la femmina sposata a Parma, era diventato un problema per la famiglia. Solo dopo mesi di insistenze dei figli si era convinto ad accettare l’idea di una badante. I figli , seppur con qualche sacrificio, si sarebbero divisa la spesa. “Ma la vojo giovane e bbona, ‘na moldava. Ce so’ certi pezzi de femmine che sembreno corrazzieri…e la vojo bionna!.”E invece arrivò Ibrahim: alto e forte ma nero e con l’aggravante di esser musulmano. Veniva dal Burkina Faso. “Er servaggio m’avete mannato ma che ve sète ammattiti? “, “Sei troppo pesante, papà, una donna non può sollevarti, lavarti, reggerti quando fai la passeggiata:”, “Con quello là  nun me va da passeggià. Cià  raggione Bossi, tutti ar paese loro devono da tornà!”, “Da solo non ce la puoi fare, papà, e uno bianco, alto e biondo non l’abbiamo trovato. Guarda che il pomeriggio per tre ore lo devi lasciar libero di studiare, va all’università…”, “Ah li fanno puro studià ‘sti servaggi, stemo bbene!”,“Così costa di meno e nei giorni che ha gli esami, si occuperà di te la portiera, sono già d’accordo…”, “Quella mignotta de comunista? Nun la vojo vède manco morto!”, “Papà i comunisti non ci sono più, si chiamano democratici oggi..”, “Embè nun  l’avevo sempre detto che la democrazia è ‘na sòla?”
All’arrivo di Ibrahim Amilcare mise in opera la strategia della resistenza passiva. Consisteva nel fare come se il ragazzo non esistesse: non lo guardava, non lo salutava, non gli parlava, gli indicava solo a gesti quello che doveva fare. Alla fine della terza settimana arrivò la telefonata di Duilio: “Perché lo tratti male? Che ti ha fatto?”, “Nun lo tratto male, nun me va de parlà. T’emporta a te?”
“Certo che m’importa, senza di lui come fai? E poi è un bravo ragazzo, studia scienze politiche e amministrative, magari al paese suo diventa pure ministro…”,“Fregnacce !”,“Bè intanto è figlio di un capo-villaggio.”,“Embè che sarà mai.”,“Promettimi che lo tratterai bene, che gli parlerai.”,“A Duì statte bbene e nun me rompe li c.”. Ma sull’idea del capo-villaggio Amilcare ci aveva rimuginato su tutta la mattina. Per essere ben ducato, lo era, diceva fra sé, e poi aveva mani sottili e un modo di muoversi istintivamente elegante: “Dimme ‘n pò ‘na cosa: che saresti er fijo d’en capo-villaggio, tu?”, gli aveva chiesto, “Sì, è vero.”,“Ma allora tu padre cià li sordi, perché te fa lavorà?”,“Un capo-villaggio non ha più soldi degli altri, solo più autorità, da noi è così.”, aveva risposto sorridendo Ibrahim e per la prima volta Amilcare lo aveva guardato in viso scoprendo i suoi lineamenti delicati e lo sguardo intelligente, quasi simpatico.
Ibrahim cucinava bene, bucatini all’amatriciana, spaghetti alla carbonare, fettuccine con la pajata, ma per sè si preparava solo pastina al burro. “Ma fatte du’ bucatini all’amatriciana, porco Giuda, me sembri che stai sempre in punizzione!”, “L’amatriciana ha la pancetta, è maiale, la mia religione non lo permette.”,”Fregnacce! Puro da noi quann’ero pischello, er prete diceva che nun se poteva magnà carne er venerdì, come se la magnassimo tutti li santi giorni, chè la vedevamo si e no ‘na vorta ar mese…era ‘na proibizzione pe’ li ricchi, perciò ‘na frescaccia. Senti a me, du’ bucatini e un quartino de Frascati…Nun vòi? Vabbè, allora, famose du’ spaghetti  ajo, oio e peperoncino, quelli, si, che te li poi magnà puro tu, nun la vojo più vède sta pastina ar burro, me mette ‘na malinconia.”
Duilio e Tullio erano preoccupati per il padre e soprattutto per il badante, se se ne fosse andato lui, come avrebbero fatto? Nessuno in famiglia aveva tempo per Amilcare. “Papà, come va con Ibrahim?”, aveva chiesto Tullio.“E come deve da annà? Benone. Ciò lo schiavetto negro che me fa tutto!”, ”Papà nero, si dice, nero o africano o afroamericano come Obama.”, “Bbono puro quello, parla che pare ‘en comunista!”, “Uffa papà! Tutte le tue fisse: i comunisti, gli ebrei, i gay,i musulmani, i neri…”, ”No, quelli  puoi tojerli dar mazzo.”, “Bravo papà, fai dei progressi, congratulazioni.”, “Ma vedi d’annattene, tu e tu’ fratello, fate li maestri, me volete imparà a me le cose, m’avete rotto gli c. e io nun ve lascio gnente, nun ve lascio!”, “Papà, ma che ci vuoi lasciare che non c’ iai gnente…”, “E se ciavessi li sordi en Svizzera?”, “Mi fa piacere, papà, che sei di buon umore, ciao, alla prossima!”.
Amilcare si convinse infine a fare le passeggiate con Ibrahim. Non si fermavano però al caffè Benito, chè lui col ragazzo non voleva farsi vedere, ma seguivano il lungomare fino al chioschetto , dove si  sedevano a un tavolino davanti a una fojetta e a un’aranciata.  “Ma è vero che ar paese tuo ciavete più de ‘na moje?”, “Si, due o tre, raramente quattro.”, “Ma allora ciavete li sordi pe’ mantené tutte ‘ste femmine…”, “No, al contrario: ogni moglie sono due braccia in più per lavorare la terra, andare a far legna nella savana, prendere l’acqua al pozzo, e più mogli significano anche più figli che mantengano in futuro  padre, madri, e nonni. In città è diverso, in genere chi è ricco ha una sola moglie e accanto, come da voi, qualche amante. In città le ragazze studiano, lavorano e un uomo che pratichi la poligamia non lo vogliono.”, “Ma guarda n‘po’, io me stavo a immagginà l’arem coll’odalische e invece voi le sposate pe’ falle sgobbà!”, “Guarda che le donne sgobbano pure qui: la fabbrica, il negozio o l’ufficio, i bambini, la spesa, la cucina, la casa, stirare per il marito...corrono tutto il giorno come da noi.”, “Me sa che ciai raggione puro tu.”
Un giorno arrivò una telefonata per Amilcare:“So’ Fortunato.”, “E a me che me frega? Beato te!”,“C’ai capito? So Fortunato Conti. Da Benito tutti te cercano, dò sei finito ?”, “Ciò avuto da fà.”, “Da fà, cosa?.”, “ Te devo da risponne?”, “No, mejo de no, la risposta ce la so già. Gli amici chiedono se venghi a giocà a scopa…”, “All’età nostra nun se scopa più. Nun ce lo sapevi?”, “E allora a briscola. Je dico che vegni?”, “Si, ma arivo ‘en compagnia.”, “Che te possino…te sei ammojato n’antra vorta?”, “Macché, mejo…”.
Così Amilcare fece il suo ingresso al Bar Benito al braccio di Ibrahim. Stupore, silenzio, imbarazzo. “Mbé, se me volete, dovete pijà puro lui, è ‘n bravo pischello e gioca a briscola mejo de me!”. Ed Ibrahim fu introdotto nella combriccola dei vecchi fascistoni che dopo qualche tempo si abituarono a lui trovandolo intelligente e perfino simpatico. Intanto lui continuava a studiare e a macinare esami uno dopo l’altro.
Un giorno gli arrivò una lettera e lui si incupì. La leggeva e la rileggeva, senza poter staccarsene. “Ma che c’iai? Te scrivono da casa? Brutte notizie?”,“Si, mio padre sta molto male.”, “Che je successo? Quanti anni ha?”, “Quarantacinque, quarantasei …da noi non si sa mai di preciso.”, “Mbé, che voi che sia, è giovane!”, “Da noi no, non è giovane, e poi ha un tumore.”, “Se voi annà a trovallo, vacce pure, m’arrancerò colla portiera, che voi fà,  pe na vorta m’adatto.”, “Sei proprio gentile, Amilcare, ma non posso andare, non ho i soldi per il viaggio, sono 800 euro e non li ho.”, “E i sordi che te damo, ‘ndò li metti?”, “Li mando a casa, ci vive tutto il mio clan con quei soldi, sono in molti.”, “Sai che te dico? Io  quarche sordo da parte cellò. Nun lo sa nisuno, manco quei broccoli de fiji miei, je vojo fa ‘na sorpresa quanno moro. Vojo vède che faccia fanno, ché un’eredità nun se l’aspettano manco in sogno. Te pago er viaggio e poi tu quanno te fanno ministro me li restituisci. Vabbé?”, “Si, un prestito l’accetto, puoi essere sicuro che ti restituisco tutto un po’ alla volta fino all’ultimo euro. “Ce credo, ce credo…lunedì annamo ‘n banca ma intanto pensa a preparamme che vojo  uscì.”
Era l’undici ottobre, appena fuori casa li accolse una marcetta militare e un lungo corteo di bersaglieri: ad Amilcare luccicavano gli occhi, aveva dimenticato che quella domenica ci sarebbe stato il raduno e l’emozione lo aveva colto di sorpresa. Anche Ibrahim guardava stupito e ammirato il corteo: “Chi sono?”, “Sò  bersaglieri, sò sordati.”, “E in guerra ci vanno correndo?”, “Se devono da core, corono, sennò no, che so’ imbecilli?”, “Sono belle quelle piume sui cappelli, anche i nostri sciamani hanno le piume e corrono anzi danzano…”, “E che sarebbero ‘sti sciammani?”, “Gli stregoni.”, “Ma ‘ndove cell’ai er cervello! Vai a mette insieme li sordati e gli stregoni, nun ce se po’ crede…”
“Non volevo offenderti, nei nostri villaggi gli sciamani sono importanti, guariscono la gente, come sono importanti i griottes, quelli che vanno attraverso il paese raccontando i miti, le storie, la maggior parte delle persone nella savana è analfabeta e così imparano le nostre origini, le imprese dei nostri avi. Da noi la scuola si paga e studia, quando tutto va bene, solo il primo figlio, ma non studia in modo continuato perché un anno non piove e allora bisogna vendere le bestie per comprare il miglio o il mais e certo non ci sono i soldi per la scuola, un altr’anno arriva l’epidemia di meningite e servono i soldi per i vaccini e le cure, gli ospedali non sono gratis…”, “Ma allora state a pagà tutto e lo stato che fa?”, “I politici sono corrotti, se ricevono i vaccini gratis dai paesi ricchi, se li rivendono alla borsa nera, e spesso ci mandano anche i vaccini scaduti. Per questo studio, vorrei cambiare le cose nel mio paese, riunire tutti i capo-villaggi della mia regione e spiegare che ai soprusi bisogna reagire, che uniti possiamo sperare almeno per i nostri figli una vita più dignitosa. Oggi ci sono  pochi ricchi che comandano e la maggior parte della popolazione a stento sopravvive. Vorrei meno corruzione, più giustizia sociale.”, “Ah Ibrahì ma nun sarai mica comunista?”, “Da noi i bambini muoiono per denutrizione o per la mancanza di un vaccino, i giovani per un’appendicite che sarebbe facile togliere ma non ci sono i soldi per l’operazione, le donne muoiono di parto nella loro capanna. Ti sembra giusto?”, “Certo che no. Me sa che me stai facenno diventà comunista puro a me, te possino…”, “E poi tanti muoiono di AIDS senza saper neppure di che muoiono e danno la colpa alle streghe, l’ignoranza porta con sé la superstizione e la paura.”, “Bisognerebbe fa ‘na campagna pubblicitaria alla televisione, come da noi, per informà e spiegà come ce se po’ difenne dall’AIDS.”, “Bè, nei villaggi non c’è l’acqua figurati se c’è l’elettricità, dove l’attaccherebbero la televisione?”, “Ah Ibrahì  stavolta me sa c’o detto ‘na stronzata.”
Ibrahim era partito e al paese suo c’era restato. Dopo la morte del padre aveva dovuto assumersi le responsabilità del capo-villaggio e non era potuto più tornare per la laurea. Ora Amilcare la sua moldava ce l’aveva: era alta e possente e lo girava e rigirava come fosse un fuscello con delle prese da pugile più che da infermiera quale era. E proprio perché era infermiera aveva deciso di metterlo a regime: riso in bianco, pesce bollito, verdure cotte, all’indice amatriciana, carbonara e pajata, addio fojetta, addio passeggiate lente e lunghe chiacchierate, bisognava tornare presto a casa perché c’era l’ora di ginnastica o di fisioterapia. Un vero incubo.
Inutile dire quanto rimpiangesse Ibrahim e quanto gli facessero piacere le lettere che lui gli scriveva regolarmente ogni mese, come regolarmente gli restituiva un po’ alla volta il suo debito. Gli raccontava la vita nel villaggio, le sue riunioni con gli altri capi, l’inizio della sua attività politica, la candidatura al parlamento, la campagna elettorale che consisteva, si, nel fare comizi ma anche nel regalare pezze di stoffa per farne vestiti alle donne che accorrevano quando lui parlava: sulla stoffa tra gli ornamenti c’era pure la sua faccia in modo che al momento del voto potevano riconoscerlo tra i candidati fotografati sulla scheda elettorale. E potevano mettere la loro croce. Un espediente ingegnoso per far votare la massa di popolazione che era ancora analfabeta. Qualche tempo dopo arrivò un articolo di giornale in francese: al centro una foto di Ibrahim con un largo kaftano azzurro, un berretto ricamato, l’aria seria e importante. Il francese Amilcare non lo conosceva ma dalla foto si capiva che il ragazzo ce l’aveva fatta. L’articolo era passato di mano in mano al bar Benito e anche se nessuno capiva quello che c’era scritto l’impressione generale era che Ibrahim era diventato “quarcuno”. Altri articoli erano seguiti e lettere sempre più rare e sempre più brevi: “Cia avrà da fa, nun se po’ mette a scrive a me, sai quanne rogne deve da risolve.”, si diceva Amilcare ma in cuor suo non vedeva l’ora che arrivasse la prossima lettera. Poi d’improvviso più nulla. Amilcare era amareggiato anche se non lo dava a vedere. Era profondamente deluso. “Ma è possibile che nun cià manco un segretario, uno che me scriva dù righe, giusto pe famme sapé come sta?”, diceva fra sé. Eppure se avesse potuto leggere “Le Monde” la verità l’avrebbe saputa. Al regime al potere le teste calde dell’opposizione che avevano dichiarato guerra alla corruzione non piacevano e quasi giornalmente si apprendeva della scomparsa  di un giornalista, di un amministratore locale o di un deputato. Raramente si ritrovavano i corpi, ma se si ritrovavano l’inchiesta portava sempre alle stesse conclusioni: responsabile era stato un fondamentalista islamico e si chiudeva in carcere qualche povero cristo che con l’assassinio non aveva niente a che fare. Di Ibrahim fu scritto che era morto nel rogo della sua casa a cui ignoti avevano appiccato fuoco. Ma tutto questo Amilcare non poteva saperlo e gli restava solo l’amaro in bocca di chi è stato dimenticato.


di Giovanna Meyer